Ciò che è è, ciò che non è è possibile

giovedì, marzo 31, 2005

 Ho caricato delle nuove foto su flickr!
Bologna - Railway station

postato da FatinaTedesca 13:23 | commenti (11)

mercoledì, marzo 30, 2005

Bubo l'orsacchiotto. Non so perchè ma mi viene in mente oggi, proprio oggi dopo anni e anni che è là a casa a prendere la polvere. Ritorna l'ansia: mi prende in un abbraccio che mi blocca il diaframma, ma poi a forza di fare yoga si placa e oggi sto bene. Quando si corre troppo si rischia di non riuscire a capire quando è ora di fermarsi. Che invidia che mi fa il mio Fardellospirituale (ex Gulliver) che alle otto e mezza comincia ad essere intorpidito e pronto per riposarsi dalle fatiche della giornata. La prima immagine che ho di lui, nel calderone della memoria, è il suo sguardo assorto mentre fumava seduto nella sua ormai defunta clio bianca con dietro l'alce nero svedese. Quando lo guardo lo guardo ancora così, con la stessa fascinazione e curiosità e, incomprensibilmente, anche dopo 5 anni e nonostante non faccia molto per rendersi interessante lo amo anche di più di quel periodo in cui avrei fatto di tutto per averlo.  Il 1 aprile  accadde che scoprii come è strano baciare una persona con gli occhiali. E' strano che ci sia questo oggetto di mezzo, no?

postato da FatinaTedesca 09:19 | commenti (7)

martedì, marzo 29, 2005

Quando cammino per strada non rivolgo lo sguardo alle vetrine dei negozi. Quando sono al parco e vado a correre non guardo per terra. Quando vado al supermercato non sono sempre attenta solo a quello che compro. La mia attenzione è sempre rivolta alle persone. Le guardo, le analizzo, cerco un contatto con i loro occhi e questo mi riempie, mi diverte, mi piace. Sarà per questo che mi capita spesso di conoscere qualcuno per strada, che qualcuno passi e mi saluti, mi faccia gli auguri, mi faccia i complimenti per le scarpe nuove, cominci a parlare con me dei suoi problemi alla fermata dell'autobus: perchè io vedo e ascolto tutti e sono felice di questo contatto. Sono una di quelle persone che si diverte a parlare con i vecchietti o con chiunque si dimostri spontaneo e comunicativo. In ognuna di queste persone c'è un piccolo tesoro, di cui tu avrai un assaggio, comunicando. E' anche per questo che mi sento un po' nomade, come scrivevo nel post precedente. Perchè mi sento umanamente molto vicina alle persone che vivono per strada, ai cosiddetti emarginati, a quella spontaneità gratuita che ti fa essere gentile con qualcuno che non hai mai visto e forse mai rivedrai. Le persone che hanno una casa, dei soldi da parte, le persone che si spostano in macchina invece che in autobus, quelle che hanno una vita normale, non sono così e hanno timore di rivolgersi a sconosciuti, soprattutto se sono persone povere. Spostarsi in bici ed in autobus vuol dire anche non spostarsi con il paraocchi, essere vicini a cuore pulsante della città, incrociare lo sguardo con il mondo. Cambiando discorso, conoscete qualcuno che abbia un labrador sano di mente? Il cane di mia zia va nella gabbia dei piccioni e li lecca. E loro stanno lì a prendersi quelle carezze un po' umide.

postato da FatinaTedesca 08:50 | commenti (7)

sabato, marzo 26, 2005

 

Ghe belle le tue sgarbe nuove! Il commento giusto, fatto dalla persona sbagliata (un membro maghrebino dell'internazionale comunità dei tamarri), per strada, mi fa ridere della situazione e di me stessa, ma risveglia il timore di essere stata confusa dall'atmosfera frenetica e stordente di Footlocker, negozio dal quale mi ero per tutta la vita tenuta alla larga, ma che sono stata costretta visitare a causa dell'inettitudine dell'inutilità della maggiorparte dei negozi di sport bolognesi. Tutte le volte che devo comprare qualcosa è una specie di evento, non compro che le cose che mi servono, cercando di limitare il più possibile il numero di oggetti inutili attorno a me, di non essere vittima delle mode, di potere usare fino allo sfibramento l'oggetto dell'acquisto. Mi avvicino sempre molto speranzosa e ottimista al negozio prescelto, illudendomi come spesso accade che la mia buona disposizione sia corrisposta, che la mia voglia di acquistare possa incontrare un oggetto come voglio io. E invece quanta delusione nello scoprire che da Playsport non hanno mai niente, da Giacomelli sono sempre peggio (sono anche riusciti a farmi arrabbiare!), Sportspecialist, che era una certezza, ha chiuso lasciando posto al fratello di Giacomelli, parimenti triste e spoglio, molto adatto al centro commerciale dove è situato, da Fini 1 e 3 sono sempre meno gentili e hanno scarpe tutte uguali, da Athletes world (dove non ero mai entrata) ci sono commessi 23enni che ti vogliono convincere a forza che no, le scarpe non sono strette, non sai bene come devono essere le scarpe (come se a quasi 30 anni fossero le prime che mi provo!). Finisco il mio estenuante giro da Footlocker. Musica assordante, commessi vestiti a righe che si lanciano le scatole di scarpe saltellando a tempo di musica, trattandoti con fare amichevole, facendo battutine, instaurando il tipico dialogo di chi parla con te e guarda oltre te, come a cercare uno specchio dove vedersi riflesso. Però ho trovato un paio di scarpe che, sebbene fossero ben diverse da quello che cercavo, mi hanno fatto uscire dal negozio contenta per l'acquisto, scontenta per i generi di esseri umani incontrati proiettata, molleggiando, verso casa. La mattina è stata tipica dello stato di stanchezza che mi prende dopo periodi intensi, in cui, poi, quando mi fermo, non so bene cosa devo fare, non mi ricordo più cosa voglia dire riposarsi e vago a zonzo per la città, con una certa spinta interiore, ma trascinandomi dietro tutto il corpo e strisciando sotto i portici le suole delle scarpe, con la mente un po' confusa ed annebbiata. Mi sento un po' nomade, in mattine come queste ed è la città a costringermi in questi panni che, a dire il vero, non mi dispiacciono. Mi sembra di vagare in un mare in cui posso galleggiare su una piccola zattera, ma godermi tuttavia uno spettacolo umano grandioso, incontrando sul mio cammino altre vite disperse, altre zattere e imbarcazioni di fortuna. E navigar m'è dolce in questo mare, direbbe Leopardi, anche se questa pratica ha un non so che di malinconico, di nostalgico, come se andassi a cercare me stessa e qualcuno che mi ami ogni volta che metto piede fuori di casa e non ho un programma preciso di azioni da svolgere. Ania l'altro giorno ha sottolineato la parola nomade nella mia frase, chiedendomi il perchè di quella espressione. Beh è da allora che penso al perchè. Perchè? Forse perchè la mia stabilità è un qualcosa da sognare di raggiungere asintoticamente, e lo sarà sempre finchè sarò alla ricerca del massimo, finchè -spero sempre- non baderò a spese di energia, finchè non mi lascerò andare al pessimismo ed al qualunquismo. In questo ballo sul filo è fondamentale avere degli appigli, respirare profondamente e non farsi distrarre veramente da nulla, proseguire con i muscoli tesi, passo dopo passo, fino alla fine della corda tesa, senza badare ai gemiti degli spettatori che, in coro, sussultano appena sembra che tu faccia un passo falso, senza ascoltare chi ti dice che non sono cose da fare perchè il rischio è elevato. Che fatica però. Una fatica da non credere. Il dolce Geco è tornato. Geppetto mi ha offerto il suo aiuto al momento giusto. Cinzia è stata molto carina con me. Hans mi ha scritto preoccupato. Fiandri mi ha scritto apprensivo. Il Follettobuono è sempre in collegamento con me. Nicola è tornato, anche se a distanza. Il Gattostrabico c'è. Mauro mi consola, paterno, fraterno. Macca non sa nulla, ma è sempre buono e semplice. Grazie a tutti coloro hanno capito prima di me che la cosa mi ha colpito e appesantito. Grazie anche al mio FardelloSpirituale.



postato da FatinaTedesca 23:47 | commenti (7)

giovedì, marzo 24, 2005

 Aggiornamenti: la tizia si è rotta un osso che si chiama trochite, a cui sembra che siano attaccati i legamenti della spalla e verrà operata tra qualche giorno. Le hanno visto anche un grosso ematoma tra la milza e l'ombelico (da tenere sotto controllo, dicono!) ed il suo ginocchio è ancora gonfio. I medici affermano che con i giorni sarà sempre peggio perchè verranno fuori tutti i lividi. Oggi mi viene la cosa mi fa sorridere anche perchè la sua voce, poco fa, quando mi ha chiamato, era carica e serena e quando suo marito elencava tutti i danni che si è fatta e tutti i dettagli medici sorrideva, forse, sperando presto di contare i soldini che potranno chiedere all'assicurazione. E meno male che ce l'ho. Altrimenti mi manderebbero sul lastrico e non mi avrebbero fatto tutte quelle moine. Altro che. La cosa che mi fa più ridere è che in ospedale i medici erano increduli quando lei ha raccontato che ad investirla è stata una bicicletta. Chissà se questa storia alimenterà la mia leggenda di iron-woman (così mi chiamano alcuni miei amici).

Non è che io rida di gusto. Il mio è un riso nervoso; rido come si ride delle cose assurde, come riderei vedendo passare di fronte a me Napoleone a cavallo. Ieri ridevo di meno perchè pensavo a tutti i morti in incidenti stradali che conta il mio paese.
E' una storia che si ripete da anni e che miete molte vittime. Giovane spensierato e scapestrato. Compra il motorino. Un incidente. Danni, ferite, rimane intero, tutto sommato. Un altro incidente. Compra la moto. Compra la macchina o non riesce nemmeno ad arrivare all'età per comprarla. Platano o fosso. Muore. Di notte, in mezzo alla pianura, in mezzo alla nebbia.

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mercoledì, marzo 23, 2005

Una mattina ti svegli come tante altre mattine e devi andare a lavorare. Sei di fretta come al solito. Ti sei svegliata storta perchè hai dormito male; forse eri agitata per quella piccola discussione di ieri, o angosciata per il lavoro o chissà, forse sei solo stanca e basta di questa vita. Quando ti svegli il cielo è grigio e l'aria è calda ed umida, ma il telegiornale, con la sua musichina che fa da sottofondo alle tue levatacce, dice che non pioverà. Forse a nord-ovest, ma non a Bologna. Parti in autobus da via Bentini, nella periferia di Bologna, dalla fermata a 50 metri da casa tua e il 27 ti scarica di fronte all'autostazione alle otto, un po' più tardi del solito. Devi fare solo la fatica di attraversare la strada e prendere l'altro autobus che, come tutte le mattine, ti porterà in fabbrica. Attraversi la strada guardando a sinistra ed a destra, poi, passo dopo passo, conquisti il centro della strada, vedi tutta la gente ammassata sul marciapiede della fermata, poi ti accorgi dell'autobus che si è fermato e cominci a correre con il braccio alzato perchè l'autista non parta senza di te. Tutto quello che ti ricordi di quello che è successo è questo, poi qualcuno che urla -ma che cacchio vuole questo?!- e, direttamente dopo, vedi davanti al tuo naso la ruota dell'autobus fermo. Ti alzi e provi un dolore lancinante; tutto quello che segue è orribile e ti trovi a dovere stare ferma per i prossimi cinque giorni ingessata fino al busto, in attesa che vengano ricuciti i tendini che la clavicola, spezzandosi, ha tagliato così brutalmente. E tutto solo perchè non hai guardato a destra mentre attraversavi la strada, in questa maledetta mattina del 23 marzo 2005 che d'ora in poi sarà sempre sinonimo di sfiga; tutto perchè ti sei fatta prendere dalla fretta per correre dietro a quel maledetto autobus e magari anche perchè non hai avuto la diligenza di attraversare sulle strisce. Se questa non è sfiga!  Meno male, però, che è stata solo una bicicletta ad investirti, poteva andare peggio. La ragazza che guidava la bici ti ha pure urlato e tu, scema, a chiederti macheccazzovuolequesto invece di girarti e di cercare anche tu di evitare l'impatto. Anche lei è caduta, ma non si è fatta nulla, le si è solo disfatta la bici, poverina, ma confronto a quello che è successo a te è nulla. E quella maledetta ambulanza? Non arriva mai, mentre tu te ne stai lì con la tua spalla dolorante ed i lacrimoni agli occhi, mentre ti si gonfiano talmente tanto gli occhi che sembri una vecchia rana. Si fermano solo due poliziotti, perchè corri dietro alla volante alla disperata, mentre la ragazza che ti ha investito toglie i rottami dalla strada e cerca di rispondere ai tuoi primi rimproveri ed alle tue minacce di querele, denunce, prendoituoidatiepoivediamomicalopossosempreprendereinquelposto-ehno. I poliziotti, giovani, gentili, rimangono con te ad aspettare i vigili e ti siedi con la spalla in fiamme, vedi le stelle, provi un dolore mai provato. Osservi la ragazza che ti ha investito e proietti su di lei tutti i possibili pensieri negativi; mentre la scruti e vedi come gira per strada, con tanto di casco, giacchetta da bici, guantini da bici e zaino strano (ma dove se ne va questa conciata così?In montagna?), ti sembra ovvio che ti trovi di fronte ad una cattivissima pirata della strada, ennesimo cavaliere punitore inviato da SuaSignoria la Sfiga.
La cavalieressa punitrice sono io. Mio malgrado ho infierito, senza volerlo, su un essere umano forse un po' sbadato e sicuramente molto sfortunato. Come mi sento in questo momento non lo so. Sto scrivendo per capirlo, ora che sono stata a mia volta al pronto soccorso e sono uscita con la certezza di non essermi rotta nemmeno l'alluce che mi faceva un po' male. Entrare all'ospedale mi fa sempre un certo effetto. Quando ci entri da quasi-sano e non hai fretta è uno spasso perchè conosci le persone in fila, chiacchieri con i vecchietti che ti sorridono benevoli pensando a quando in loro riluceva l'energia della gioventù, incontri lo sguardo complice dei giovani presenti e come loro ti senti quasi vincente entrando in quel parcheggio per esseri umani danneggiati o rotti per sempre. Quando esci senti la vita che ti pulsa nelle vene e senti l'urgenza di andare a viverla. Ora però non sento questa urgenza. Penso a quella poveraccia che sta molto male per colpa mia, anche se tecnicamente ho piena ragione e non è che abbia poi così tanta urgenza di lavorare e di fare il mio dovere. Non adesso. Non ora che sento sulla mia pelle l'alone del dolore e della fragilità dei nostri corpi, non ora che ho ricevuto ancora la scarica di energia derivante dall'averla scampata ancora una volta.

postato da FatinaTedesca 13:55 | commenti (9)

martedì, marzo 22, 2005

 Il tempo passa e lava via le parole, i pensieri, le emozioni momentanee senza che le possa fissare. Ieri ho trovato un vasetto con sopra la scrittura di mia nonna "luglio 2001", quando ancora sapeva scrivere, con quella calligrafia inconfondibile da vecchia. Mio padre dice che spera che si riesca a recuperare la sua memoria, ma evidentemente non ha spesso a che fare con l'informatica, altrimenti saprebbe che quando si riformatta si perdono i dati. Le giornate passano, continuano, imbevute di lavoro (tanto ma senza concludere molto), di sensi di colpa per quello che non riesco a fare, di palestra che ormai mi ha alienato, mi ha stancato, ma mi piace. Le mie giornate sono piene di niente,  piene di  sonni  profondi con i muscoli a pezzi, piene di  parentesi leggere,  di gite spensierate, di parole in libertà e poi di nuovo la pesantezza della ghisa. E' dura migliorare. E' dura portare all'estremo il proprio corpo, dopo che si è passata una infanzia ed una gioventù pre-vegetariana a base di tortelli di zucca al ragu e di panini con burro e zucchero a merenda. Accidendi, nonna! Ci sei andata proprio giù con la mannaia ed ho dovuto sempre fare i conti con me stessa grassa, ma adesso, con tanta fatica, le cose stanno lentamente cambiando. La morale è che anche a quasi trent'anni non è mai tardi. Neanche a cinquanta se è per questo, neanche a ottantadue, come la signora di cui mi parlava Luciana che nuotava, faceva la sauna con i suoi coetanei ultrasettantenni e poi se ne andava a scorrazzare nuda nella neve. Si vede che anche lei ha capito che quello è il mio obiettivo, che è quello il motivo per cui faccio tanto sport. Ieri mi ha avvolta una copertina di affetto, attraverso il telefono, da una persona che aveva l'onore di non avere il numero scritto in rubrica, ma di cui mi sono dimenticata il numero, tanto è il tempo che è passato.

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giovedì, marzo 17, 2005

 Oggi non ho tempo di scrivere perchè sono rimasta incantata a leggere questo post.

Mi sono sbagliata! Il post era questo

postato da FatinaTedesca 09:01 | commenti (3)

martedì, marzo 15, 2005

 Il mio giovane animaletto è diventato grande e  ieri lo sono andata a vedere, orgogliosa come una mamma, a teatro, al suo primo spettacolo. La sua carica mi è entrata dentro dandomi la scossa quando lo ho abbracciato, alla fine, e ho guardato i suoi occhi truccati che scintillavano di gioia, di eccitazione, adrenalinici. Ania ed io, dopo un cous cous a forma di mattone, siamo andate a San Giovanni in treno senza sapere come saremmo tornate e siamo riuscite ad elemosinare un passaggio verso Bologna da uno degli spettatori del teatro. Un bel tipo. Capelli neri, pizzetto, simpatico; non era il mio tipo, ma mi piaceva il fatto che la sua voce fosse così profonda da farmi rimbombare la cassa toracica tutte le volte che parlava, mi piaceva che il suo sorriso fosse quello di un trentacinquenne protettivo e rassicurante. Ero allucinata, stanca, stravolta, ubriaca di me stessa e delle belle sensazioni provate. Tutto questo stress mi ha dato alla testa ed ho cominciato a sparare cazzate allucinanti e lui mi seguiva, e io aumentavo la dose. Ho riso e scherzato e pianto come una matta per tutta la strada. Mi ha fatto morire! Quando sono scesa dalla macchina e ho salutato lui ed Ania esterrefatta -in Polonia si contengono di più con gli estranei-, mi sembrava di danzare su una superficie ondeggiante e trasparente a mezzo metro da terra. Mi sono tuffata sul letto che ancora sorridevo, esausta, contenta.

postato da FatinaTedesca 09:45 | commenti (2)

lunedì, marzo 14, 2005

Un grande risveglio, in tutti i sensi, come quando ero piccola e mi svegliavo con le crosticine agli occhi e piano piano, liberandomene cominciavo a vedere la luce che colpiva i miei occhi assonnati, abbandonati al sonno assoluto e totalizzante dei bimbi. Quel sonno non c'è più, ma io ci sono ancora, con tutto quello che mi ruota intorno. Esco venerdì sera e mi guardo intorno come se mi avessero aperto la gabbia e non credessi ai miei occhi ed ai miei sensi. "I ricordi sono l'unica cosa davvero privata" e tanti bei ricordi scaldano il mio cuore e fanno caldino tra me e i miei amici, mi fanno sentire come se mi spostassi lungo il mio cammino portata a spalla da un sacco di persone che mi passano, di mano in mano, se ne vanno e poi ritornano, ma ci sono sempre. Il fine settimana mi ha regalato attimi di poesia, di solitudine, di allegria, spunti per osservare e capire me stessa e le cose. Troppe cose per poterle condensare in un post. Forse scriverò di più quando il mio blog avrà -presto- uno spazio notturno. Sabato pomeriggio finalmente ho caricato la mia bella e vecchia bici da corsa sulla spalla e ho sceso le scale, per andare dal Gattostrabico che mi aspettava, carino come sempre, così dolce da farmi stare male, così fortemente dentro di me da infastidirmi appena si agita un po'. Ti ucciderò, prima o poi, lo sai? Ti bacerò troppo a lungo tappandoti il naso, o forse ti strozzerò, sempre baciandoti. Cosa dici? Un orgasmo, prima? E vabbeh magari ci pensiamo. La Pianura, il Reno, il Vento, il Sole, la Strada sinuosa erano con noi, mentre sgambettavamo sereni e spensierati. Al ritorno, guardando l'orizzonte si vede la linea compatta dei colli, coronati da San Luca ed il lembo di un mantello di nuvole che fanno capolino, pronte a stendersi su Bologna. Sabato sera è cominciato dormendo, abbandonando le mie membra al mio letto, senza vestiti, svegliandomi senza sapere dove ero e chi ero quando Gulliver ha suonato al campanello. Noi ceniamo, parliamo, condividiamo un altro pezzo di vita e fuori, dall'altra parte della strada i matti salutano e sorridono felici quando mi vedono, inondandomi di un calore che mi lusinga anche di più dello sguardo fiero e  pieno di orgoglio di Gulliver, quando vede in me la passione per la vita che sfocia in questa amicizia, che mi riempie almeno quanto mi svuota lo sguardo svuotato di Hans mentre gliene parlo. Ognuno ha il suo modo di sentire le cose e la vita. Serata saltellante da un posto all'altro: Villa Serena, Festa di laurea deserta di una conquista della Puppe, il Covo. Sempre con Gulliver che aveva sonno e non si reggeva in piedi, come spesso accade, ma sempre mio, sempre vicino, sempre al mio fianco, nel vortice che ci trasporta di notte, che prende spunto dal vorticare delle nostre lingue e poi ci porta a spasso. Il sabato notte ho conosciuto l'abbandono. Domenica pomeriggio, al risveglio, ero già pronta a ripartire, in pattini, per ritornare a casa. Mentre pattinavo sotto il Portico dei Servi pensavo che nessuno si sarebbe mai immaginato, quando è stato costruito, che sarebbe stato utilizzato, nel 2005 da esseri dotati di scarpe con rotelle, o da gente che saltella su tavole con quattro ruote. E invece sembra proprio fatto apposta! E faccio il gioco di pensare che cosa avrebbe potuto essere prevedibile, dieci anni fa. Cosa sono e cosa non avrei mai pensato di essere. Un ingegnere. Una ciclomane. La fidanzata di Gulliver. Una sportiva. Una blogger. Una pattinatrice. Una cittadina-contadinadentro. Un'amante del bianco. Una vegetariana. Una ragazza con i capelli lunghi. Una esaltata. Una ottimista. Una persona a cui piace scrivere (più che una scrittrice, una SCRIVENTE). Beh anche se questi cambiamenti sono stati abbastanza prevedibili penso che sarei trasalita se qualcuno, a 14 anni, mi avesse mostrato una foto dal futuro, mostrandomi da una finestrina come sono adesso e cosa faccio, penso che sarei rimasta un po' stranita. Via Zamboni la domenica alle due di pomeriggio è bella, è svuotata della gente che la fa diventare quello che è, ma è magnifica così, pacifica, silenziosa, vuota, godibile in pattini. La domenica pomeriggio conosco di nuovo l'abbandono sotto forma di sonno senza sogni, per poi svegliarmi, fuori dal mondo, sempre nello stesso letto, con la mia camera attorno e fuori dalla finestra due nuovi amici merli, uno dei quali è tornato oggi. La domenica sera riserva ancora delle novità e delle sorprese e quando rivedo il mio caro Follettobuono sono felice in un modo che non mi ricordavo, si riaccende in me la sua voce, si spande in me la contentezza che deriva dall'illuminarsi dei suoi occhi azzurri. Vi presento un mio nuovo amico: Merlino è un merlo un po'  timido a cui piacciono le fette di riso soffiato senza sale e con sesamo aggiunto. Magari gli piacciono pure i panini con il salame, ma non so ancora perchè non ho ancora provato, ci conosciamo da poco ed è ancora molto timido.
Una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta.

postato da FatinaTedesca 08:54 | commenti (3)

venerdì, marzo 11, 2005

 Ho appena perso un post bellissimo. Sono in lutto.

postato da FatinaTedesca 09:38 | commenti

mercoledì, marzo 09, 2005

 "Questo blog è diabolico: si scrive da solo. Dopo avere osservato da vicino la mia vita la analizza e la scrive. Un giorno forse mi ucciderà!"

Per festeggiare un anno di blog mi cito da sola, o meglio LO cito, cito il mio blog. Ultimamente si è un po' stancato, chissà, risente della vecchiaia, poverino! O forse si sta mettendo le mani nei capelli e non sa più che pesci pigliare, pensa che se scrivesse quello che vede i lettori non gli crederebbero e allora tace ed osserva nell'ombra la mia metamorfosi, la mia trasformazione, si chiede se è ancora tutto possibile, se è vero che nulla è perduto o se forse la protagonista dei suoi pensieri non invecchierà un giorno, gettando la spugna come lo stanno facendo, via via, precocemente, un po' tutti quanti, già dai 27 anni in poi. Il mio blog, che vede però solo orizzonti temporali ristretti, non sa che io ho due grandi maestre, di cui una vecchissima e una non ancora vecchia, che mi hanno insegnato a non lamentarmi mai, a vivere con il massimo dell'energia, a mettere tutta me stessa in quello che faccio e a sopportare la fatica, cercando di costruire giorno per giorno anche quello che oggi sembra impossibile. Quindi, no, non farò la fine dei miei compagni di università, che a tre anni dalla nostra laurea collettiva (il 20 marzo!), festeggiata in una delirante festa collettiva di tre giorni, sono irriconoscibili. Stamattina, ricordandomi per miracolo la data odierna, pensavo alla spinta che ha generato questo blog, a quel biglietto sulla porta del Follettobuono che non conoscevo, con scrittala frase

Ciò che è, è, ciò che non è, è possibile

quando ancora non ne ero convinta, quando germinavano in me elementi che ora si sono accresciuti della positività che mi ha dato il conoscere me stessa e guadagnare un equilibrio solo mio, anche grazie alla presenza del Follettobuono, che ho nutrito con la mia energia fino a vedergli sprigionare la potenza di un gigante infuocato, riscaldandomi con l'energia che è esplosa in me quando l'ho visto diventare se stesso, assistendo al miracolo.
Chissà se legge ancora il blog.
Sono lontani i giorni in cui io scrivevo e lui leggeva e poi mi parlava di quello che scrivevo, ma il legame che questo gioco ha creato è un qualcosa di indissolubile, un qualcosa che ha vita propria.
Cosa è cambiato in un anno? E' cambiato molto, ma sono sempre io, gli obiettivi sono sempre gli stessi, gli amici sono sempre gli stessi, e Gulliver è sempre lo stesso, affascinante, ma pigro, l'amore, ma anche il fardello spirituale della mia vita. Diversa è la mia vita in cui lo sport ha guadagnato un posto in prima fila che prima non aveva, il lavoro, che mi ha appassionata facendomi scoprire che in fondo sono brava, diverse sono le serate infrasettimanali, in cui non ho più tempo di uscire, altrimenti il carico di lavoro in palestra sommato all'alcol e al poco sonno mi impedirebbe di lavorare, diverso è il mio grado di concentrazione, che ora è cresciuto indicibilmente, alimentato dalla stabilità dell'equilibrio, diversa sono io, anche esteticamente, con la mia faccia un po' più magra, con la mia pelle così lucente dopo una sauna, con le mie rughe che fanno capolino, ma che per ora mi limito ad osservare compiaciuta.

postato da FatinaTedesca 09:33 | commenti (4)

domenica, marzo 06, 2005

 

Questa è la foto della domenica: è un tramonto nella mia amata pianura, in una serata tersa d'autunno. Pensarla un posto noioso e piatto significherebbe essere troppo superficiali. Come tutti i luoghi nasconde scenari magici, bisogna solo stare attenti a catturarli, e non solo con la macchina fotografica.

postato da FatinaTedesca 19:43 | commenti (4)

 Il fiume di parole che mi attraversa quotidianamente il cervello si arrotola sulla mia lingua, torna indietro nella gola e poi esce dal naso, fa il giro della testa, entra in un orecchio ed esce dall'altro, poi rientra da una narice ed esce da un occhio, dal forellino da dove escono le lacrime. Se non lo prendi in tempo scappa, se non lo fissi con le parole se ne va. Non aspetta che tu faccia le tue cose e quando gli dici di aspettare e che, poverina, sei impegnata, lui se ne fotte e, dopo un po' di giri fuori e dentro dalla tua testa se ne scappa via. E' fuggito e tutte le cose che volevo comunicare oggi non ci sono più. Magari domani sarò più veloce ad acchiappare il serpentone di idee, sentimenti e parole.

postato da FatinaTedesca 10:17 | commenti (3)

mercoledì, marzo 02, 2005

Il Dott Volpe è un personaggio strano. Prima di tutto, se un bambino dovesse costruirlo con i lego -materiale quantomeno appropriato- utilizzerebbe, per il corpo, un mattoncino arancione largo, ma piatto, per la testa un mattoncino simile ma in scala ridotta dell'80%, collegato da un mattoncino del collo color arancione (lupetto che fa molto intellettuale di sinistra), poi gli disegnerebbe un sorriso orizzontale, da lato a lato del mattoncino, due righe orizzontali al posto degli occhi ben parallele alla bocca orizzontalmente sorridente e un naso disegnato come un tratto verticale lungo quasi come il lato verticale. Il mattoncino della testa, però, cosa che i lego non consentono, è inclinato, pende dalla parte di una marcata simmetria del ciuffo, che forma un triangolo rettangolo il cui angolo retto combacia con lo spigolo in alto a destra del mattoncino-testa.
Dottor Volpe: -"Mi dica"
Fatina: -"Sono venuta da lei perchè ho mal di gola"
Dott Volpe: -"Ahah che originalità! Faccia vedere la gola, dica AAAA",
Fatina: -"A"
Dott Volpe: -"Ok, basta"
Comincia così il secondo incontro della Fatina con il suo Dottore e finisce quando quest'ultimo ha scritto, su sua richiesta, un pacchettino di carte.
"Quante scatole di ferro ha già preso? Ne vuole un'altra?" "Vuole anche una flebo di ferro? Ma sì, dai, aspettiamo di vedere le analisi."
Tante domande simili si susseguono e lui scrive, scrive, fiumi di carte.  Nonostante le apparenze penso che sia un bravo dottore, una di quelle persone che capiscono le cose al volo perchè si concentrano su quello che fanno; è un personaggio semplice e un po' ruvido e sono molto contenta della mia scelta.  La sua cura oltre tutto (uno spray antibiotico-antinfiammatorio per il naso e per la gola, simile alle pompette per l'ossigeno che usano gli asmatici) è stata portentosa e mi ha ridato la mia vita in fretta.

In questi giorni non c'è tempo di aggiornare il blog, la vita spinge e va più forte delle parole!  Basti pensare che pare che debba traslocare di nuovo: terzo trasloco in tre anni! Basta teflon e pantofole, ma anche basta San Luca. Vediamo.

postato da FatinaTedesca 18:01 | commenti (6)