martedì, maggio 31, 2005
lunedì, maggio 30, 2005
venerdì, maggio 27, 2005
Tu cammini a testa alta per la strada e lui rimane aggrappato alle tue caviglie, perchè sa che tu, stolta e sicura di te, guardi in alto e non lo vedi, mentre cammini sicura e baldanzosa per le strade della città. Ma lui, quatto quatto, anche se pensi di averlo sotterrato sotto quintali di cemento, in nome di una illuministica voglia di felicità personale staccata dal mondo e dalle terrene sofferenze dovute all'indecisione e all'insicurezza degli altri, una notte, mentre dormi esausta dopo avere passato una bella serata serena, ti si infila nell'orecchio e, al mattino, ti ricorda di cosa vuol dire svegliarsi accanto ad una persona che ti ama davvero; ti prende in giro, lo stronzetto, dicendo che sei una stupida se credi ancora al principe azzurro incontrato così per caso. Le persone stanno ognuna a casa sua, si sa, tranne i bambini ed i matti, e te. Ti senti addosso tutto quel cemento sotto al quale lo hai sotterrato e, alla fine, guarda un po', ti accorgi di esserti seppellita da sola.
giovedì, maggio 26, 2005
sabato, maggio 21, 2005
martedì, maggio 17, 2005
domenica, maggio 15, 2005
La pianura corre sotto le ruote della macchina come un tapis roulant, mentre si parla di tante cose, leggere. Erica si volta verso di me e mi parla con tono confidenziale, in modo così amichevole che mi sento a mio agio, sebbene non ci vediamo ormai da dieci anni e non siamo mai state tanto amiche. Le nostre vite sono completamente diverse: lei ha già due figli ed un negozio di fiori, mentre io mi sono appena lasciata con Gulliver, ancora sto studiando e proprio non mi ci vedo a fare dei figli nei prossimi anni, sebbene li veda nel mio futuro. Non mi sono mai sentita a mio agio tra questa gente tra cui sono cresciuta perchè mi hanno sempre fatto sentire diversa, o forse mi sentivo male io perchè capivo di esserlo, ma non potevo fuggire a cercare qualcosa di diverso. Ora che sento di avere trovato un posto nel mondo ed ho abbandonato queste lande desolate da anni, ogni ritorno a casa è una festa e le persone mi sembrano esageratamente gentili con me. Quasi non mi capacito dell'interesse che ora riesco ad attrarre se lo paragono al passato, mi lusinga un invito ad un matrimonio di una persona con cui non condivido emozioni da almeno dieci anni, mi stupisce la naturalezza dei gesti che ancora accompagna i nostri scambi di parole, mi piace vedere che non c'è bisogno di spiegare troppe cose, amo sentirmi così rilassata con qualcuno e non sentire il bisogno di impegnarmi. I matrimoni mi piacciono proprio tanto, soprattutto perchè non vado che a quelli degli amici e tutte le volte che viene pronunciato il sì sento l'emozione che deriva dalla solennità del momento e mi sento viva tra vivi, umana tra umani, quasi mi sembra curioso vedere tutte quelle persone lì in piedi in una stanza, vestite nei modi più diversi, con tutti i loro parenti delle età più disparate. Registro ogni dettaglio e lo aggiungo alla collezione di attimi che compongono la giornata, arrivando alla sera esausta, gravida di sensazioni. Ritrovo un nuovo Davide, il bimbo della mia compagna di giochi, il nonno di Rossella dimagritissimo e incurvato, la sua cara nonna sempre combattiva e grintosa, Michela, sempre incomprensibilmente affettuosa nei miei confronti, lo sposo, emozionato ed innamorato, che va a sposare la sua Catiuscia dopo 12 anni di fidanzamento, Miriam che si mostra contentissima di vedermi e tanti altri personaggi minori. La mattina, quando camminavo lungo la mia via vestita di tutto punto per andare a casa da quella che un tempo era la mia migliore amica, sentivo rimbombare dentro di me il suono dei miei tacchi che toccavano l'asfalto, mentre mi avvicinavo ad un gruppo di persone che chiacchieravano davanti a casa. Entro nel suo cortile e mi ricordo di quando facevamo la verticale contro quei muri, facendo uno strato umano di cinque persone di cui io ero l'ultima, sorrido e salgo le scale ascoltando ancora il suono dei miei piedi sui gradini. Incontro la mamma e poi vado a vedere la sposa che si prepara, stupendomi del fatto che le sue nuove amiche non siano là con lei, ma stiano al piano di sotto a parlare con gli altri ospiti. Rossella è là con lei, invece, amica di sempre ed ora sposa di suo fratello, il Metal, che per l'occasione si è presentato in tenuta scozzese, con tanto di kilt e calzettoni bianchi. Svolazza per la casa come una farfallina, al massimo dell'emozione e della premura nei suoi confronti, proprio come dovrebbe fare una vera amica. Il brutto dei matrimoni è che poi, gira e rigira, arriva sempre il momento in cui ti chiedono quando ti sposi e questa domanda non puoi non portela tu stessa, con tutta quella solennità nell'aria e quel profumo dolciastro ed intenso di futuro e di passato mescolati accompagnano queste occasioni. Immagino tutti i miei amici al matrimonio, mentre provano a loro volta l'eccitazione che provo io in quei momenti, li immagino tutti lì per me e con me, immagino un sì che unisce due persone che si vogliono bene da sempre -io ed il vero Gulliver di nuovo abitato- e che vogliono costruire una vita insieme. Altro che convivenza, libertà, individualismo, quello che io sogno per il mio futuro è una Famiglia, perchè non so, non posso, non riesco a vivere solo per me. Intanto questo sogno se ne sta chiuso in un cassetto, mentre io cerco di pensare a me stessa e di farmi sempre più bella, dentro e fuori, mentre cerco di rimboccare le parti del mio essere che traboccano e strisciano per terra quando cammino, mentre annaffio i fiori sul terrazzo e li curo come curo tutte le persone che che si troveranno a passarmi vicino o che già sono legate a me. Mi sveglio alle dieci meno un quarto della sera del matrimonio e mi ritrovo sul divano di casa mia vestita, con tanto di scarpe, provando un vago senso di stordimento. Su di me è stesa una copertina di pile, come segno di carità di qualcuno che passava per il salotto. Ricordo che al ritorno dal pranzo mi sentivo un po' stanchina, ma volevo andare assolutamente a Bologna in bici, poi, quando mi sono distesa, parlando con mia nonna, seduta sul bracciolo del divano con espressione preoccupata mentre stringeva la sua solita borsetta, si è spenta la luce. Forse ho bevuto un po' troppo.
martedì, maggio 10, 2005
Sono passati giorni da quando è esplosa la vita nella mia casa, da quando, preparata ad accogliere una marea di gente festante, ho aperto le porte della mia (triste) casa perché volevo festeggiare, semplicemente festeggiare perché era da troppo tempo che non invitavo tutti i miei amici a casa mia. E’ passato tempo, ma ogni festa riuscita rimane nel cuore e il ricordo va ad accumularsi alla gioia sprigionata dalle feste passate e si accumulerà alle feste future, fino a farmi diventare una vecchia talmente appagata da sorridere stanca e felice aspettando la morte, raccontando storie mirabolanti farcite di qualche parolaccia ai miei nipotini. Era venerdì 22 aprile, data designata per permettere al mio amico Nicola di potere giusto in tempo partecipare prima di partire per l’esilio francese. I preparativi non sono stati molti, ognuno avrebbe dovuto portare qualcosa e Davide aveva il solito compito di portare la spina della birra con i famosi 30 litri che non bastano mai e quindi cominciai a spostare le cose in camera verso le sette, per fare spazio allo stereo e farlo uscire sul terrazzo, mentre mi chiedevo in modo assillante cosa avrei potuto indossare. Spostato il letto mi tolsi la maglia e i pantaloni e continuai spostando le bici verso la porta, martellata dallo stesso pensiero. Mi provai la minigonna di jeans e mi andava di indossarla, ma restava il dubbio su cosa mettere sopra. E le scarpe? Spostato anche lo stereo e quasi vestita mi sono diretta verso la doccia che ha schiarito le mie idee quanto basta: sono uscita e mi sono messa la gonna, i sandali con il tacco alto ed una maglia qualunque. Senza calze. Mi emoziona mettere i sandali per la prima volta, ha sempre un non so che di proibito infilarteli e camminare fuori mentre fa ancora freschino; è come quando andavo in bicicletta attorno a casa indossando il costume da bagno: solo chi lo ha fatto sa cosa si prova. Cominciano ad arrivare le persone e si ripete la stessa piacevole scena. _Se alzavo gli occhi in alto verso i tetti dei palazzi potevo vedere una luce e ombre che si affacciavano da un parapetto_In compenso si sentiva un gran vociare_Sul campanello nessun nome conosciuto_Si suona tentando_Ci aprono_ Corro alla porta quando suona il campanello, dico qualche cazzata al citofono ridendo come una matta e poi abbraccio calorosamente gli invitati, che sempre non vedo da un sacco di tempo, ma che sono i miei Amici di sempre, quasi tutti. Arriva il GattoStrabico che, bellissimo come sempre, mi incanta con il suo fascino felino di gatto stupidino, Geppetto, arrivano ospiti da Bolzano, poi Oskar, Davide, Nicola, il Bulgaro, Ania, la mia Puppe&Co -che dire: sempre la mia Puppe!- , il Cucciolone di cui ho scritto solo una volta, CiccioBello... Mmm, ho accettato l'invito incoscientemente, perché a pensarci bene io non conosco nessuno, ma proprio nessuno, in un certo senso nemmeno la Fatina che mi ha invitato. E non è che io sia di quelli che alle feste divengano l'attrattiva della serata, proprio no. Già lo so che girerò per le camere da letto a curiosare fra le foto attaccate al muro, con le facce da vacanze abbronzate e le spiaggiate e le grigliate, e penserò ma che razza di errore accettare quest'invito accidenti. Che cos'era, quinto piano aveva detto? Niente ascensore, sì, aveva detto anche questo, ma tanto non mi pesa, ci sono abituato alle scale. Sì, perché non è la fatica: è che i piani sembrano non finire mai, e fra quando ti danno il tiro e quando arrivi in vetta, la festa fa tranquillamente in tempo a finire. Magari incrocio sul pianerottolo i primi che se ne vanno a casa e si dicono bella festa eh?; come quando fai un'escursione da qualche parte, e sei lì che scarpìni sudato fradicio, e incroci quelli che stanno tornando giù e ti guardano come per dire poveretto, sei appena all'inizio, se sapessi che cosa ti attende torneresti indietro subito. _Dopo aver scalato una torre di nonsoquantipiani, in cima a tutto, in alto in alto, dietro ad una porta aperta c'è l'origine del vociare, ci sono quelle ombre che diventano vive_ Ochei dunque la strategia è la seguente: arrivo, saluto e devo subito individuare una che somigli ad un'anfora: a lei non dovrò MAI parlare del blog della Fatina, nemmeno sotto tortura. Sì, e se ti chiede come vi siete conosciuti tu e Sara? Mmm, "conoscenze comuni"; sì, conoscenze comuni va bene. Sì ma quali conoscenze comuni? Se dico dello Spettro parlo di un blog, e magari già questo non lo potevo dire all'anfora. Va bene, conoscenze comuni=amici ciclisti, che non so che cosa voglia dire ma secondo me mette soggezione e ferma le altre domande. Dunque, anfora-->conoscenze comuni-->amici ciclisti, sì, mi sembra buono. E poi le foto, di corsa a guardare le foto nelle camere da letto. C’è poi sempre una componente incognita, soprattutto ragazze (ndF: ho pochissime amiche e quasi solo amici), persone mai viste né conosciute che rallegrano la serata e soprattutto la bilanciano dal punto di vista sessuale, cosa che altrimenti renderebbe le mie feste una specie di festa, che so io, del genio civile, dell’esercito, o simili. In sottofondo una vocina mi parlava preoccupata, non sapendo cosa avrebbero fatto gli invitati quando avessero visto che alla festa erano stati invitati i matti. Poi la vocina diventa un grido di paura quando Michele, il loro assistente, mi dice che verranno da soli e di stare un po’ attenta a quello che fanno. Ma sì. Chissenefrega. Non posso mica farli restare a casa, no? La festa prosegue con il suo ritmo martellante e io saltello da persona a persona, immergendomi in un mondo di stimoli umani e bellissimi; tutti felici, tutti a casa mia, a mangiare i cibi portati da ognuno di loro che hanno riempito il tavolo di cose buonissime, a bere la birra sul terrazzo, a parlare, a guardare talvolta ammirati lo spettacolo che il mio balcone offre: San Luca, che ci guarda da lassù, mentre la festa va avanti. La tavola è piena di cose dall'aspetto buonissimo, e ho un bel da dire a Sara che no, non ho mica tanto appetito: in realtà sono a digiuno da ieri ed ho una fame da lupi, per di più è tutto ottimo, dal salame alle torte salate - che naturalmente, con la mia grazia, faccio cadere per terra._ E che stanno troppo vicine ad una ringhiera davvero troppo bassa_Se guardo in basso mi gira la testa ma se guardo verso l'orizzonte vedo la città dall'alto ed è una cosa bellissima e a me sconosciuta_Un senso di dominio, di isolamento, un'isola sopraelevata_La gente che affolla l'isola è tanta e variegata, il cibo portato idem, la musica pure_ Suona il campanello sempre più di frequente. _C'è la Padrona di Casa che si muove cercando di non scontentare nessuno e parlando con tutti, che rimane tranquilla anche dopo che il muro della sala è diventato un albero di natale rosso barolo...._Entra un tizio che non ho mai visto e ci metto un nanosecondo a capire che è Fiandri, che ho visto solo in foto da bambino, ma che ha occhi inconfondibilmente belli e dei lineamenti che mi ricordano qualcosa di diabolico o di fatato, non so, inconfondibili comunque. Entro, e al termine del corridoio c'è lei, Sara o la Fatina (no, stasera Sara, per via dell'anfora). E' molto carina e mi accoglie con un gran sorriso, e mi introduce ai presenti, per fortuna senza grandi presentazioni perché, davvero, io al termine di una presentazione sono spossato: una presentazione di sette persone normalmente mi fa perdere un chilo di peso, e per di più i nomi manco li ascolto. Quindi tutto bene, niente cose formali: solo "questo è Fiandri", ottimo. . Intanto riconosco anche una persona che normalmente incontro sul lavoro, e ci mettiamo a chiacchierare, mentre sbircio fra i presenti alla ricerca dell'anfora. Certo, si parla anche di diritto (che non è lavoro, è diritto), ma anche di cose più facete. Del tipo che gli chiedo: ma come hai conosciuto Sara? E lui: sai, attraverso il giro dell'Erasmus. E io: ah, capisco, lavoravi nell'organizzazione o cose del genere? E lui: no no, è che è un'ottimo bacino per conoscere ragazze. (Orpo, e io sono sempre il solito sveglio). Mentre parlo mi metto in terrazzo, al fresco (!), accanto alla bellissima spina per la birra. Che non voglio mica patire la sete io. E intanto arrivano i matti della Fatina, che attraversano la festa entusiasti, come una carovana o una parata, aumentando il livello di eccitazione. I nomi, tanto per cambiare, non me li ricordo, ma mi fa impazzire quello che ama tutte le donne. Per me è più o meno uguale solo che non ho il coraggio di dirlo. Suona il campanello e i matti entrano felici, in fila indiana. Ad accoglierli è un pubblico inaspettatamente caloroso che li fa diventare i re della festa. Si aggirano per la festa contenti e inebriati: mangiano felici, fumano, bevono birra e ascoltano la musica, puntando le ragazze che poi vanno, meticolosamente, una ad una, ad abbracciare dolcemente, ricevendo una ottima accoglienza: sorrisi, abbracci, parole scherzose. Sono felici. Contenti come dei matti, come si dice; e contenta come una matta anche io, che avrò per tutta la vita la loro contentezza di quella sera nel cuore, quando penserò a Walter (“Era bella la festa, con la musica!”) che ascoltava felice la musica, a Vincenzo che fumava e beveva parlando con i miei amici (“Ti ricordi, Sara, di quella volta che abbiamo bevuto la birra?”), Renato che abbracciava veramente tutte, delicato come sa essere, e tutte rispondevano calorosamente (mentre tentavo di raccontare di nascosto che lui segna i numeri delle donne e poi se li dimentica mi ha fatto il gesto per dirmi che mi spezzava in due), Bruno, così piccoletto rispetto ai presenti, che si presentava a tutti (“Mi sono molto divertito alla festa della Sara: la Sara e Brrruno!”). E mi piace molto l'aria che ha la Fatina quando parla con loro, e quando li coinvolge nella festa. Fra l'altro, speciale menzione d'onore per quello che mi elegge "bel ragazzo": sì va be' quello è proprio matto, la battuta era lì pronta. Suona ancora il campanello ed arrivano Bando e Iri, quando ormai la febbre della festa è alle stelle; tra i matti da sorvegliare –che però mi stupiscono positivamente ogni volta che li controllo- e da coccolare ed i nuovi invitati da salutare mi coglie una vertigine spirituale che mi esalta e mi porta, surfando su onde schiumose di birra, verso la porta, sempre, allucinata come non mai, a vedere chi arriva con uno stupore di bambina. Scambio troppe poche parole con loro, prendo Bando per la mano, e lo porto, come fosse il mio amico di sempre, a vedere la mia camera, che lo lascia, sembra, tra lo stupefatto, l’inorridito ed il meravigliato. Ma suona ancora il campanello e ho i matti da sorvegliare. Si saltella da un’altra parte. Arriva anche DT. _Si materializzano_C'è il DT amante delle Vibrazioni, che mi consiglia come film l'ottimo Troppo Belli con Costantino e Daniele, che ha perso la voce ma non la dialettica e che mi racconta l'odissea nata dopo un post iroso contro un ex collega un po ' troppo voglioso di fargli le scarpe_C'è Fiandri che mi fa aumentare il senso di vertigine raccontandomi delle piramidi messicane e di gente morta scendendo i gradini a tutta velocità, di amici giudici/avvocati comuni, di racconti nel cassetto_ Arriva anche una serie di persone invitate da DT, uno ha pure la valigia e lo ricordo fremente di avere dei dettagli sulla nostra conoscenza in internet, immaginando chissà quali scenari sessuali nascosti. Io Non lo avevo mai visto, né ho mai letto molto il suo blog, ma mi sta molto simpatico, anche dal vivo. La festa continua così. Sono ormai le dieci e mezza ed i matti devono andare a casa. Li accompagno lungo la scala e saluto troppo affettuosamente Michele. “Cacchio, si vede che sono ubriaca, non lo ho mai abbracciato! E vabbeh.” La mia coinquilina se ne sta buona tranne per alcuni isterismi da donna di casa. Fino a che non esplode il vino sul muro e a quel punto la festa finisce, più o meno, non so a che ora. Mentre chiacchiero con altri blogger presenti (ottima Iri, che avevo già letto; Bando e Davide mi incuriosiscono molto, domattina per prima cosa faccio un salto nel loro blog) si forma come per incanto un affresco di lambrusco sul muro. Deduco che è un lambrusco dalla potenza con cui è esploso sulla parete, creando un simpatico effetto "Jack lo squartatore" con quelle gocce rosse sull'intonaco bianco, e il rivolo che scende, e il cadavere che, scendendo con lo sguardo, ti aspetti di vedere sul pavimento (invece niente, per terra solo briciole della torta salata che mi era caduta). In realtà continua ancora perché la gente si diverte e non vuole andare a casa e nemmeno io me ne voglio separare. E si continua così. ). E, finalmene, gelato. Sì perché va detto che anche io la mia parte l'avevo fatta, portando del gelato che nessuno sembrava aver notato in prima battuta, ma che invece Anja (si scrive così? mah..) aveva notato eccome, e per il quale ora mi afferra un polso tirandomi verso il freezer. Si forma presto, in cucina, un piccolo gruppo di carbonari famelici; cucchianini o simili non ne troviamo, ed ognuno si inventa un modo per mangiare: personalmente, mi trovo benissimo con un cucchiaio di legno che conferisce al gelato un delizioso gusto di soffritto. Ma il premio fantasia va dato a quello con cui prima si parlava di diritto e di Erasmus, che mangia leccando il gelato da un frustino da cucina, con evoluzioni linguistiche decisamente esplicite. Anja intanto serve porzioni enormi a tutti, ride e mi spiega che le nocciole in Polonia non ci sono e che adora il gelato alla nocciola. A saperlo... Giuro che la prossima volta ne porto una vaschetta. La mia serata termina ad un livello di sobrietà assolutamente insufficiente, chiacchierando con uno che non saprei proprio dire come si chiama, né che faccia ha, ma che è simpatico: lui lava le insalatiere, io asciugo. L’ultimo invitato che se ne va, alle due e mezza, è il Lupo Cattivo, che si propone, come ogni festa che si rispetti, di portarmi a dormire (dice lui) e io lo saluto affettuosamente, ridendo e scherzando, prospettando un futuro da anziani di facili costumi, dopo l’ennesimo tentativo all’ennesima festa. Gli do un bacio castissimo sulle labbra e lo abbraccio sorridendo. E così fa lui. Buona notte. La festa è finita. Be' Fiandri, alla fine ti sei perso le foto nelle camere da letto e non hai potuto parlare degli amici ciclisti, ma direi che non sia andata per niente male, ottima festa, Fatina deliziosa e gente simpatica.
lunedì, maggio 09, 2005
venerdì, maggio 06, 2005
giovedì, maggio 05, 2005
mercoledì, maggio 04, 2005
The tin drum.
Le tambour de latte.
Il tamburo di latta.
Mi appassiona sempre di più questa lettura, sebbene il mio tedesco si fosse arrugginito. I primi giorni facevo molta fatica a costruire mentalmente il significato delle frasi e a comporre le parole, ma un giorno mi divenne tutto chiaro e riaffiorò tutto dalla memoria. Una sensazione bellissima: il tedesco era tornato a galla! Mi accompagnava lo stesso stupore di quando mi accorsi che riuscivo a capire quello che dicevano alla televisione e cominciai così a guardarmi a bocca aperta tutti i talk show del pomeriggio, meravigliandomi all'apparizione di ogni cicciona senza denti o sfigato con il codino e la camicia a fiori che apriva bocca!
martedì, maggio 03, 2005
Gulliver in realtà è un vestito. Una armatura che cerco di smerciare e mettere addosso a qualcuno, ma che nessuno finora mostra di riuscire a portare senza sentirvisi un po' scomodo dentro; vedendo le ovvie difficoltà del malcapitato che si trova a dovere portare su di se tutto quel peso rimango impassibile, lo guardo con i miei occhi di ghiaccio e vedo come se la cava. No, non sono cattiva, è che io ci spero sempre che qualcuno riesca a portare quel vestito e non faccia neanche una pieghina, lo riempia perfettamente e gli si chiudano tutti i bottoni alla perfezione. Non ci posso fare nulla, sono una perfezionista quando si parla di questo argomento. Quasi tutto il resto è lasciato al caso, tranne questo, che ha a che fare da vicino con la mia felicità. Solo sulla mia felicità sono pignola. Prima porto pazienza, poi aspetto un po', poi ancora aspetto, ma non mi sento bene perchè so che il tempo è prezioso e magari c'è qualcuno che è là al freddo e al gelo e aspetta proprio di indossare quella uniforme. Arriva un giorno - arriva sempre un giorno - in cui Gulliver cambia padrone e qualcun altro cerca di essere Gulliver. Un giorno triste. Il giorno della delusione e del dubbio che Gulliver non esista.Poi magari ci riprovo e mi riaccorgo che non funziona. Non è lui. Nel frattempo si fanno avanti vari pretendenti, appena mi vedono a spasso da sola con un attaccapanni, ma non sanno che per riempirlo dovrebbero cercare di essere me stessa e tutti gli uomini della mia vita, compresi Pako, Cricio, Tamaris, Conan, Pestilenzio, Cagliostro, Michele e mio padre, tutti insieme. Non invidio per nulla l'abitante di Gulliver. Non invidio per nulla nessuna delle persone che ha a che fare con me da vicino perché mi conosco e conosco bene cosa vuol dire avere a che fare con i miei difetti, anche perchè mi sono stati puntigliosamente rinfacciati prima da mia sorella, l'accusatrice numero uno, poi da tutte le persone che mi hanno amato e poi hanno capito che non potevano essere lui.
Gulliver mi ha fatto capire che non so amare (e non me ne vanto per nulla). Ora me ne resto qui a spazzolare questo vestito, a provarmelo addosso facendo piroette davanti allo specchio, provandolo con le scarpe con il tacco. Così. Per vedere che effetto fa. Non mi sta affatto male.
domenica, maggio 01, 2005
Se stanotte non dovessi dormire, penso che scriverei il libro della mia vita.
E' uno di quei fine settimana che mi danno la carica, che mi sembrano infinitamente belli in ogni loro dettaglio, che mi fanno venire voglia di vivere ancora e sempre così, di vivere giornate come queste, di vivere e basta, godendosi tutto.
Le mani nella terra.
I muscoli in tensione sulla bici.
Il vento in faccia.
Il sole che ti scalda mentre ti riposi.
Le telefonate sul balcone.
I germogli di bambu che erano appena spuntati nel giardino della mia casa e che ora sono stati teletrasportati a Bologna.
I matti che mi vogliono appendere all'antenna e sorridono e mi vogliono bene mentre mi dicono che mi vogliono stritolare.
Mia sorella, incredibilmente simile ma diversa, e mia mamma, sempre grandissima.
La mia bellissima casa, laggiù, in un paese dove purtroppo non mi piace vivere.
L'orrenda serata all'osteria dei Poeti (osteria con sottofondo musicale a tutto volume dal repertorio '82-88 cantato da uno sfigato), con nel cuore il ricordo rievocato dei piedi neri per l'asfalto e delle capriole, della pallavolo, dei campi di mais come nascondiglio, a ricordarmi perchè sono lì.
La mattina della domenica a sentire gli uccellini che si svegliano e urlano alle quattro mentre si parla di niente, e si ride con leggerezza.
Gulliver, sempre un porto sicuro dove attraccare.
La festa di venerdì con tutti quei noiosissimi uomini così attenti ai miei spostamenti.
Il mio caro Maurino, più che un fratello.
Lo sconosciuto che mi ha fatto le foto sulla bici e con cui ho passeggiato allegramente per la campagna.
La cucina della mamma.
Il Geco, sempre dolcemente amico.
Ania, sempre una grande.
La spossatezza del venerdì ed il sonno beato di chi va a letto perchè non ce la fa più.
Mia sorella che pedala, finalmente, e che è felice di vedere cose belle dalla bici.
Geppetto, sempre lì.
II giro in bici di questa estate che prende forma.
Il Folletto buono, legato a me a doppio filo.
L'ottimismo per il domani.


