Ciò che è è, ciò che non è è possibile

martedì, maggio 31, 2005

Ti guardi attorno, vedi tutto terribilmente marcio e sai che è vero, senti l'oppressione che te ne deriva, senti il peso della situazione sul tuo sterno, senti la testa compressa dalle cattiverie che ti fanno e che ti faranno. Bisogna essere dei supereroi in certe situazioni, oppure delle persone superottimiste ed esserli entrambi vuol dire autoilludersi, proiettarsi in dimensioni inesistenti ma futuribili. Se ti schiacciano? Dimagrisci. Se si comportano male con te? Tu fai finta di niente e sorridi, mi raccomando. Ti circonda l'ipocrisia e nessuno ti parla per ragioni incomprensibili? Tu non chiedere spiegazioni, tanto non te le darebbero mai. Stringi i denti e, possibilimente, tieni a freno la lingua, da brava. Lavorare è un inferno? Tu lavora più che puoi per finire prima e, quando hai finito, cerca di lavorare per il tuo futuro, per escogitare una via di fuga. Quando tutto sarà pronto per andarsene (e mi raccomando: non dimenticare niente!), mettiti sulla riga di partenza e, quando senti dentro di te lo il segnale, corri più forte che puoi e liberati di tutto e di tutti, lascia rigonfiare le tue cellule, non trattenere più il respiro, salta, gioisci, lascia che la barca affondi, mandali a quel paese. Tutti. 

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lunedì, maggio 30, 2005

Ringrazio vivamente tutte le signore, i signori, le ragazze ed i ragazzi che scelgono di passare i loro weekend in Riviera, gomito a gomito, tutti quanti, sulle spiagge assolate e chiassose di urla di bimbi, popolate dal bestiario più variegato, tatuaggi in vista e pelle abbronzata ben in mostra, tutti lì a prendersi tutto il sole che c'è, rinfrescandosi ogni tanto nell'acqua brodosa. Grazie a tutti loro la collina e la montagna sono mie: sono mie le salite, sono mie le discese, miei i boschi, mie le ciliegie sugli alberi, mie le strade polverose e anche quelle asfaltate, mie le vedute dalla cima delle colline, perchè non c'è nessuno a dividere tutto questo con me. Sono sola ad avventurarmi in questo mondo lasciato deserto, finalmente mi godo il sole che di solito vedo solo dalla finestra, lo sento mentre scalda la mia pelle e fa cadere rivoli di sudore dalla fronte, mentre la bocca si secca un poco e richiede un po' di acqua della borraccia caldissima ed i miei occhi rimangono comunque puntati verso la cima, mentre sento i miei muscoli che spingono me e la bici, ahimè a mano causa foratura, fino alla cima di una collina oltre la quale non so bene cosa ci sia. E oltre la collina c'è un'altra valle e, lassù, lontana, la casetta di Sabbiuno a me così cara. Piano piano raggiungo di nuovo la via di Sabbiuno e con essa la civiltà. Mi fermo a bere dell'acqua in un ristorantino fighetto, dove, quando entro, mi guardano come se fossi una marziana, tra l'incuriosito ed il divertito, per la vista di una ragazza così impolverata e piena di graffi. Mi siedo e bevo un litro d'acqua come fosse niente e me ne vado, dopo che il gestore lampadato e il sorriso da gattone, mi dice che agli assetati (e forse ai matti) non si fa pagare l'acqua. Piano piano mi incammino verso Bologna, lungo la strada asfaltata, pensando alla serata che mi aspetta e si avvicina passo dopo passo. Sono sola in questo cammino, ma a Bologna c'è qualcuno che mi aspetta.

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venerdì, maggio 27, 2005

Ein leichtes leises Saeuseln: man wird nicht leicht los von der Liebe.

Tu cammini a testa alta per la strada e lui rimane aggrappato alle tue caviglie, perchè sa che tu, stolta e sicura di te, guardi in alto e non lo vedi, mentre cammini sicura e baldanzosa per le strade della città. Ma lui, quatto quatto, anche se pensi di averlo sotterrato sotto quintali di cemento, in nome di una illuministica voglia di felicità personale staccata dal mondo e dalle terrene sofferenze dovute all'indecisione e all'insicurezza degli altri, una notte, mentre dormi esausta dopo avere passato una bella serata serena, ti si infila nell'orecchio e, al mattino, ti ricorda di cosa vuol dire svegliarsi accanto ad una persona che ti ama davvero; ti prende in giro, lo stronzetto, dicendo che sei una stupida se credi ancora al principe azzurro incontrato così per caso. Le persone stanno ognuna a casa sua, si sa, tranne i bambini ed i matti, e te. Ti  senti addosso tutto quel cemento sotto  al quale lo hai sotterrato e, alla fine, guarda un po', ti accorgi di esserti seppellita da sola.

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giovedì, maggio 26, 2005

Fabrizio ha sempre uno sguardo un po' spento e non ha mai molte energie. Lo tradisce il suo sguardo con la palpebra un po' abbassata e quella espressione sempre un po' stanca, lo tradisce il modo in cui solleva la caraffa piena d'acqua con le sue manine lisce e piccoline, lo tradisce qualche bernoccolo che ogni tanto si procura perchè semplicemente si inciampa e prende contro agli oggetti. Fa tenerezza, poi, quando si mette a ridere in quel modo così sguaiato, quando riceve un po' di attenzione o viene provocato affettuosamente. Si illumina tutto, si alzano le palpebre insieme a tutta la faccia e ride, mentre il suo corpo viene scosso dalle risate. Ieri sera ho visto una foto di sua mamma vicino al suo letto: il viso di una brava donna dallo sguardo apprensivo e un po' affaticato, ma fiero, con la sua camiciola con il collo di pizzo ed i suoi capelli grigi raccolti sulla nuca, la sua riga ben fatta in mezzo alla testa e quel sorriso un po' triste. Di fianco a quella foto c'è un Fabrizio energico che guida il motorino nell'aia di casa sua, la casa dove abitava un tempo. "Quando mi sposo vado via di qua, magari mi danno anche un lavoro da poliziotto, la patente e la pistola", dice Vincenzo, mentre mi sorride sornione con il suo sguardo da marpione sempre all'attacco, mentre una vista a centottanta gradi sulla città al tramonto mi tocca nel profondo. Serata con i matti ieri, i miei amici matti, i miei cari piccoli matti che ormai sono dei quasi-vecchietti, anche se poi ti rendi conto che sono bambini quando vedi Walter che stringe un coniglio di pelouche che fa caldo solo a  guardarlo; sta seduto sulla terrazza, sulla sua solita sedia appoggiata al muro, a guardare gli aerei che decollano nel cielo azzurro e rosa. Accanto a noi siede Roberto che ci racconta, a gesti, delle cose sugli aerei, con i suoi occhi piccolini nascosti dietro agli occhiali grandi grandi e quel sorriso da clown tracciato sempre sulla sua facciotta da uomo per bene. Non ha importanza nulla in quei momenti, ma solo essere là, essere noi stessi e stare bene, senza complicazioni. Si sa che i problemi veri sono ben altri: loro lo sanno, noi lo sappiamo. Ed è così che ci divertiamo come dei matti, perchè loro mi considerano tale, me lo dicono sempre, offendendomi dalla finestra, con quell'espressione della faccia e quelle braccia allargate che sembrano dire "ti voglio talmente tanto bene che se ti prendo ti do un abbraccio talmente forte che ti stritolo!". 

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sabato, maggio 21, 2005

Cammino serena  rimbalzando sulle scarpe da ginnastica mentre tengo le mani nelle tasche dei miei jeans preferiti e tocco i muscoli che si contraggono ad ogni passo.  Sento la punta della coda che mi accarezza la nuca, il calore dei raggi del sole sul viso che baciano le mie labbra, mentre dentro di me c'è una contentezza che è bello sentire sempre viva, una specie di ribollimento interno che spinge sotto le costole e poi vuole uscire dal diaframma, ma non riuscendoci percorre il torace e arriva su su, attraverso il collo, e fa esplodere un sorriso. La leggerezza e l'energia che accompagna i miei passi è la stessa che vorrei dare alla mia vita, vorrei che scorresse sempre tutto in modo fluido, mentre io, ogni tanto, do un impulso per fare girare il mio mondo. Quando qualcosa non è più leggero e spontaneo e non risponde più agli impulsi, vuol dire che c'è qualcosa di rotto. Purtroppo, anche se provare Amore vuol dire amare qualcuno e quindi essere proiettati verso l'altro, cercando di capirlo e di aspettarlo sempre, quando mi accorgerò che c'è qualcosa di rotto, prenderò amorevolmente tra le mani il mio Amore e lo metterò nel cassetto delle cose che non si usano più, per continuare sempre e imperterrita a vivere la mia, di vita, a percorrere sempre le strade delle città sorridendo alle persone, a sentire i muscoli che mi portano dove nemmeno io potrei sperare, ad essere felice e sorridente e sempre impeccabilmente energica ed ottimista. Bisogna essere egoisti, in amore, dice Ania. Questo mi suona strano, c'è qualcosa che stride, un qualcosa che non riesco a digerire, ma farò così, rinunciando al mio innato altruismo, rifiuterò di prendere la forma di una bottiglia in cui non riuscirei ad entrare se non scomponendomi, fluidificandomi ed adattandomi solidificandomi in una forma che non è mia, ma cercherò un contenitore delle mie dimensioni, a costo di dovere rompere la bottiglia per cercare di entrarci dentro grande e grossa e, energeticamente parlando, potente come sono.  Le bottiglie umane sono fatte di un materiale che si ricompone e, in fondo, di amore non è mai morto nessuno.

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martedì, maggio 17, 2005

Forse non sono una donna normale. Mi mette in imbarazzo la galanteria, non mi piace essere spogliata con gli occhi mentre cammino per strada, non considero il mio numero di telefono come un baluardo inespugnabile, non mi piace pormi il problema di essere fraintesa se mi avvicino ad una persona, non voglio imparare ad essere politically correct , magari essere costretta a pensare che sarebbe meglio comportarsi in una certa maniera per non dare una certa impressione, non sopporto chi mi apre la porta o mi offre un caffè quando si vede che non è un gesto sincero, ma solo un modo di mostrarsi uomo con una donna. Amo avere rapporti paritari con l'altro sesso e non riesco a farne a meno, non riesco a non essere estremamente schietta e diretta, evitando di circumnavigare promontori creati da una cultura sessista, ma cercando di raderli al suolo con il tatto e una dolcezza un po' ruvida.  Un rapporto umano che mi soddisfi deve essere fatto di affetto vero, che comporti dosi massicce ironia ed autoironia, che abbia alle sue fondamenta una profonda stima ed un profondo rispetto, che contempli la sincerità anche nella sua forma più brutale. Tutto questo mi sembra molto diverso dal teatrino di certe relazioni uomo-donna, dove l'altro è solo una preda o un qualcosa atto a soddisfare certi tuoi bisogni. Dopo avere condiviso una vita con qualcuno, non sentirlo più mi riempie di tristezza. Mi sento un po' sola in questa giungla, ma non sto male.

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domenica, maggio 15, 2005

La pianura corre sotto le ruote della macchina come un tapis roulant, mentre si parla di tante cose, leggere. Erica si volta verso di me e mi parla con tono confidenziale, in modo così amichevole che mi sento a mio agio, sebbene non ci vediamo ormai da dieci anni e non siamo mai state tanto amiche. Le nostre vite sono completamente diverse: lei ha già due figli ed un negozio di fiori, mentre io mi sono appena lasciata con Gulliver, ancora sto studiando e proprio non mi ci vedo a fare dei figli nei prossimi anni, sebbene li veda nel mio futuro. Non mi sono mai sentita a mio agio tra questa gente tra cui sono cresciuta perchè mi hanno sempre fatto sentire diversa, o forse mi sentivo male io perchè capivo di esserlo, ma non potevo fuggire a cercare qualcosa di diverso. Ora che sento di avere trovato un posto nel mondo ed ho abbandonato queste lande desolate da anni, ogni ritorno a casa è una festa e le persone mi sembrano esageratamente gentili con me. Quasi non mi capacito dell'interesse che ora riesco ad attrarre se lo paragono al passato, mi lusinga un invito ad un matrimonio di una persona con cui non condivido emozioni da almeno dieci anni, mi stupisce la naturalezza dei gesti che ancora accompagna i nostri scambi di parole, mi piace vedere che non c'è bisogno di spiegare troppe cose, amo sentirmi così rilassata con qualcuno e non sentire il bisogno di impegnarmi. I matrimoni mi piacciono proprio tanto, soprattutto perchè non vado che a quelli degli amici  e tutte le volte che viene pronunciato il sì sento l'emozione che deriva dalla solennità del momento e mi sento viva tra vivi, umana tra umani, quasi mi sembra curioso vedere tutte quelle persone lì in piedi in una stanza, vestite nei modi più diversi, con tutti i loro parenti delle età più disparate. Registro ogni dettaglio e lo aggiungo alla collezione di attimi che compongono la giornata, arrivando alla sera esausta, gravida di sensazioni. Ritrovo un nuovo Davide, il bimbo della mia compagna di giochi, il nonno di Rossella dimagritissimo e incurvato, la sua cara nonna sempre combattiva e grintosa, Michela, sempre incomprensibilmente affettuosa nei miei confronti, lo sposo, emozionato ed innamorato, che va a sposare la sua Catiuscia dopo 12 anni di fidanzamento, Miriam che si mostra contentissima di vedermi e tanti altri personaggi minori. La mattina, quando camminavo lungo la mia via vestita di tutto punto per andare a casa da quella che un tempo era la mia migliore amica, sentivo rimbombare dentro di me il suono dei miei tacchi che toccavano l'asfalto, mentre mi avvicinavo ad un gruppo di persone che chiacchieravano davanti a casa. Entro nel suo cortile e mi ricordo di quando facevamo la verticale contro quei muri, facendo uno strato umano di cinque persone di cui io ero l'ultima, sorrido e salgo le scale ascoltando ancora il suono dei miei piedi sui gradini. Incontro la mamma e poi vado a vedere la sposa che si prepara, stupendomi del fatto che le sue nuove amiche non siano là con lei, ma stiano al piano di sotto a parlare con gli altri ospiti. Rossella è là con lei, invece, amica di sempre ed ora sposa di suo fratello, il Metal, che per l'occasione si è presentato in tenuta scozzese, con tanto di kilt e calzettoni bianchi. Svolazza per la casa come una farfallina, al massimo dell'emozione e della premura nei suoi confronti, proprio come dovrebbe fare una vera amica. Il brutto dei matrimoni è che poi, gira e rigira, arriva sempre il momento in cui ti chiedono quando ti sposi e questa domanda non puoi non portela tu stessa, con tutta quella solennità nell'aria e quel profumo dolciastro ed intenso di futuro e di passato mescolati accompagnano queste occasioni. Immagino tutti i miei amici al matrimonio, mentre provano a loro volta l'eccitazione che provo io in quei momenti, li immagino tutti lì per me e con me, immagino un sì che unisce due persone che si vogliono bene da sempre -io ed il vero Gulliver di nuovo abitato- e che vogliono costruire una vita insieme. Altro che convivenza, libertà, individualismo, quello che io sogno per il mio futuro è una Famiglia, perchè non so, non posso, non riesco a vivere solo per me. Intanto questo sogno se ne sta chiuso in un cassetto, mentre io cerco di pensare a me stessa e di farmi sempre più bella, dentro e fuori, mentre cerco di rimboccare le parti del mio essere che traboccano e strisciano per terra quando cammino, mentre annaffio i fiori sul terrazzo e li curo come curo tutte le persone che che si troveranno a passarmi vicino o che già sono legate a me. Mi sveglio alle dieci meno un quarto della sera del matrimonio e mi ritrovo sul divano di casa mia vestita, con tanto di scarpe, provando un vago senso di stordimento. Su di me è stesa una copertina di pile, come segno di carità di qualcuno che passava per il salotto. Ricordo che al ritorno dal pranzo mi sentivo un po' stanchina, ma volevo andare assolutamente a Bologna in bici, poi, quando mi sono distesa, parlando con mia nonna, seduta sul bracciolo del divano con espressione preoccupata mentre stringeva la sua solita borsetta, si è spenta la luce. Forse ho bevuto un po' troppo.

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martedì, maggio 10, 2005

Sono passati giorni da quando è esplosa la vita nella mia casa, da quando, preparata ad accogliere una marea di gente festante, ho aperto le porte della mia (triste) casa perché volevo festeggiare, semplicemente festeggiare perché era da troppo tempo che non invitavo tutti i miei amici a casa mia. E’ passato tempo, ma ogni festa riuscita rimane nel cuore e il ricordo va ad accumularsi alla gioia sprigionata dalle feste passate e si accumulerà alle feste future, fino a farmi diventare una vecchia talmente appagata da sorridere stanca e felice aspettando la morte, raccontando storie mirabolanti farcite di qualche parolaccia ai miei nipotini. Era venerdì 22 aprile, data designata per permettere al mio amico Nicola di potere giusto in tempo partecipare prima di partire per l’esilio francese. I preparativi non sono stati molti, ognuno avrebbe dovuto portare qualcosa e Davide aveva il solito compito di portare la spina della birra con i famosi 30 litri che non bastano mai e quindi cominciai a spostare le cose in camera verso le sette, per fare spazio allo stereo e farlo uscire sul terrazzo, mentre mi chiedevo in modo assillante cosa avrei potuto indossare. Spostato il letto mi tolsi la maglia e i pantaloni e continuai spostando le bici verso la porta, martellata dallo stesso pensiero. Mi provai la minigonna di jeans e mi andava di indossarla, ma restava il dubbio su cosa mettere sopra. E le scarpe? Spostato anche lo stereo e quasi vestita mi sono diretta verso la doccia che ha schiarito le mie idee quanto basta: sono uscita e mi sono messa la gonna, i sandali con il tacco alto ed una maglia qualunque. Senza calze. Mi emoziona mettere i sandali per la prima volta, ha sempre un non so che di proibito infilarteli e camminare fuori mentre fa ancora freschino; è come quando andavo in bicicletta attorno a casa indossando il costume da bagno: solo chi lo ha fatto sa cosa si prova. Cominciano ad arrivare le persone e si ripete la stessa piacevole scena. _Se alzavo gli occhi in alto verso i tetti dei palazzi potevo vedere una luce e ombre che si affacciavano da un parapetto_In compenso si sentiva un gran vociare_Sul campanello nessun nome conosciuto_Si suona tentando_Ci aprono_ Corro alla porta quando suona il campanello, dico qualche cazzata al citofono ridendo come una matta e poi abbraccio calorosamente gli invitati, che sempre non vedo da un sacco di tempo, ma che sono i miei Amici di sempre, quasi tutti. Arriva il GattoStrabico che, bellissimo come sempre, mi incanta con il suo fascino felino di gatto stupidino, Geppetto, arrivano ospiti da Bolzano, poi Oskar, Davide, Nicola, il Bulgaro, Ania, la mia Puppe&Co -che dire: sempre la mia Puppe!- , il Cucciolone di cui ho scritto solo una volta, CiccioBello... Mmm, ho accettato l'invito incoscientemente, perché a pensarci bene io non conosco nessuno, ma proprio nessuno, in un certo senso nemmeno la Fatina che mi ha invitato. E non è che io sia di quelli che alle feste divengano l'attrattiva della serata, proprio no. Già lo so che girerò per le camere da letto a curiosare fra le foto attaccate al muro, con le facce da vacanze abbronzate e le spiaggiate e le grigliate, e penserò ma che razza di errore accettare quest'invito accidenti. Che cos'era, quinto piano aveva detto? Niente ascensore, sì, aveva detto anche questo, ma tanto non mi pesa, ci sono abituato alle scale. Sì, perché non è la fatica: è che i piani sembrano non finire mai, e fra quando ti danno il tiro e quando arrivi in vetta, la festa fa tranquillamente in tempo a finire. Magari incrocio sul pianerottolo i primi che se ne vanno a casa e si dicono bella festa eh?; come quando fai un'escursione da qualche parte, e sei lì che scarpìni sudato fradicio, e incroci quelli che stanno tornando giù e ti guardano come per dire poveretto, sei appena all'inizio, se sapessi che cosa ti attende torneresti indietro subito. _Dopo aver scalato una torre di nonsoquantipiani, in cima a tutto, in alto in alto, dietro ad una porta aperta c'è l'origine del vociare, ci sono quelle ombre che diventano vive_ Ochei dunque la strategia è la seguente: arrivo, saluto e devo subito individuare una che somigli ad un'anfora: a lei non dovrò MAI parlare del blog della Fatina, nemmeno sotto tortura. Sì, e se ti chiede come vi siete conosciuti tu e Sara? Mmm, "conoscenze comuni"; sì, conoscenze comuni va bene. Sì ma quali conoscenze comuni? Se dico dello Spettro parlo di un blog, e magari già questo non lo potevo dire all'anfora. Va bene, conoscenze comuni=amici ciclisti, che non so che cosa voglia dire ma secondo me mette soggezione e ferma le altre domande. Dunque, anfora-->conoscenze comuni-->amici ciclisti, sì, mi sembra buono. E poi le foto, di corsa a guardare le foto nelle camere da letto. C’è poi sempre una componente incognita, soprattutto ragazze (ndF: ho pochissime amiche e quasi solo amici), persone mai viste né conosciute che rallegrano la serata e soprattutto la bilanciano dal punto di vista sessuale, cosa che altrimenti renderebbe le mie feste una specie di festa, che so io, del genio civile, dell’esercito, o simili. In sottofondo una vocina mi parlava preoccupata, non sapendo cosa avrebbero fatto gli invitati quando avessero visto che alla festa erano stati invitati i matti. Poi la vocina diventa un grido di paura quando Michele, il loro assistente, mi dice che verranno da soli e di stare un po’ attenta a quello che fanno. Ma sì. Chissenefrega. Non posso mica farli restare a casa, no? La festa prosegue con il suo ritmo martellante e io saltello da persona a persona, immergendomi in un mondo di stimoli umani e bellissimi; tutti felici, tutti a casa mia, a mangiare i cibi portati da ognuno di loro che hanno riempito il tavolo di cose buonissime, a bere la birra sul terrazzo, a parlare, a guardare talvolta ammirati lo spettacolo che il mio balcone offre: San Luca, che ci guarda da lassù, mentre la festa va avanti. La tavola è piena di cose dall'aspetto buonissimo, e ho un bel da dire a Sara che no, non ho mica tanto appetito: in realtà sono a digiuno da ieri ed ho una fame da lupi, per di più è tutto ottimo, dal salame alle torte salate - che naturalmente, con la mia grazia, faccio cadere per terra._ E che stanno troppo vicine ad una ringhiera davvero troppo bassa_Se guardo in basso mi gira la testa ma se guardo verso l'orizzonte vedo la città dall'alto ed è una cosa bellissima e a me sconosciuta_Un senso di dominio, di isolamento, un'isola sopraelevata_La gente che affolla l'isola è tanta e variegata, il cibo portato idem, la musica pure_ Suona il campanello sempre più di frequente. _C'è la Padrona di Casa che si muove cercando di non scontentare nessuno e parlando con tutti, che rimane tranquilla anche dopo che il muro della sala è diventato un albero di natale rosso barolo...._Entra un tizio che non ho mai visto e ci metto un nanosecondo a capire che è Fiandri, che ho visto solo in foto da bambino, ma che ha occhi inconfondibilmente belli e dei lineamenti che mi ricordano qualcosa di diabolico o di fatato, non so, inconfondibili comunque. Entro, e al termine del corridoio c'è lei, Sara o la Fatina (no, stasera Sara, per via dell'anfora). E' molto carina e mi accoglie con un gran sorriso, e mi introduce ai presenti, per fortuna senza grandi presentazioni perché, davvero, io al termine di una presentazione sono spossato: una presentazione di sette persone normalmente mi fa perdere un chilo di peso, e per di più i nomi manco li ascolto. Quindi tutto bene, niente cose formali: solo "questo è Fiandri", ottimo.  . Intanto riconosco anche una persona che normalmente incontro sul lavoro, e ci mettiamo a chiacchierare, mentre sbircio fra i presenti alla ricerca dell'anfora. Certo, si parla anche di diritto (che non è lavoro, è diritto), ma anche di cose più facete. Del tipo che gli chiedo: ma come hai conosciuto Sara? E lui: sai, attraverso il giro dell'Erasmus. E io: ah, capisco, lavoravi nell'organizzazione o cose del genere? E lui: no no, è che è un'ottimo bacino per conoscere ragazze. (Orpo, e io sono sempre il solito sveglio). Mentre parlo mi metto in terrazzo, al fresco (!), accanto alla bellissima spina per la birra. Che non voglio mica patire la sete io. E intanto arrivano i matti della Fatina, che attraversano la festa entusiasti, come una carovana o una parata, aumentando il livello di eccitazione. I nomi, tanto per cambiare, non me li ricordo, ma mi fa impazzire quello che ama tutte le donne. Per me è più o meno uguale solo che non ho il coraggio di dirlo. Suona il campanello e i matti entrano felici, in fila indiana. Ad accoglierli è un pubblico inaspettatamente caloroso che li fa diventare i re della festa. Si aggirano per la festa contenti e inebriati: mangiano felici, fumano, bevono birra e ascoltano la musica, puntando le ragazze che poi vanno, meticolosamente, una ad una, ad abbracciare dolcemente, ricevendo una ottima accoglienza: sorrisi, abbracci, parole scherzose. Sono felici. Contenti come dei matti, come si dice; e contenta come una matta anche io, che avrò per tutta la vita la loro contentezza di quella sera nel cuore, quando penserò a Walter (“Era bella la festa, con la musica!”) che ascoltava felice la musica, a Vincenzo che fumava e beveva parlando con i miei amici (“Ti ricordi, Sara, di quella volta che abbiamo bevuto la birra?”), Renato che abbracciava veramente tutte, delicato come sa essere, e tutte rispondevano calorosamente (mentre tentavo di raccontare di nascosto che lui segna i numeri delle donne e poi se li dimentica mi ha fatto il gesto per dirmi che mi spezzava in due), Bruno, così piccoletto rispetto ai presenti, che si presentava a tutti (“Mi sono molto divertito alla festa della Sara: la Sara e Brrruno!”). E mi piace molto l'aria che ha la Fatina quando parla con loro, e quando li coinvolge nella festa. Fra l'altro, speciale menzione d'onore per quello che mi elegge "bel ragazzo": sì va be' quello è proprio matto, la battuta era lì pronta. Suona ancora il campanello ed arrivano Bando e Iri, quando ormai la febbre della festa è alle stelle; tra i matti da sorvegliare –che però mi stupiscono positivamente ogni volta che li controllo- e da coccolare ed i nuovi invitati da salutare mi coglie una vertigine spirituale che mi esalta e mi porta, surfando su onde schiumose di birra, verso la porta, sempre, allucinata come non mai, a vedere chi arriva con uno stupore di bambina. Scambio troppe poche parole con loro, prendo Bando per la mano, e lo porto, come fosse il mio amico di sempre, a vedere la mia camera, che lo lascia, sembra, tra lo stupefatto, l’inorridito ed il meravigliato. Ma suona ancora il campanello e ho i matti da sorvegliare. Si saltella da un’altra parte. Arriva anche DT. _Si materializzano_C'è il DT amante delle Vibrazioni, che mi consiglia come film l'ottimo Troppo Belli con Costantino e Daniele, che ha perso la voce ma non la dialettica e che mi racconta l'odissea nata dopo un post iroso contro un ex collega un po ' troppo voglioso di fargli le scarpe_C'è Fiandri che mi fa aumentare il senso di vertigine raccontandomi delle piramidi messicane e di gente morta scendendo i gradini a tutta velocità, di amici giudici/avvocati comuni, di racconti nel cassetto_ Arriva anche una serie di persone invitate da DT, uno ha pure la valigia e lo ricordo fremente di avere dei dettagli sulla nostra conoscenza in internet, immaginando chissà quali scenari sessuali nascosti. Io Non lo avevo mai visto, né ho mai letto molto il suo blog, ma mi sta molto simpatico, anche dal vivo. La festa continua così. Sono ormai le dieci e mezza ed i matti devono andare a casa. Li accompagno lungo la scala e saluto troppo affettuosamente Michele. “Cacchio, si vede che sono ubriaca, non lo ho mai abbracciato! E vabbeh.” La mia coinquilina se ne sta buona tranne per alcuni isterismi da donna di casa. Fino a che non esplode il vino sul muro e a quel punto la festa finisce, più o meno, non so a che ora. Mentre chiacchiero con altri blogger presenti (ottima Iri, che avevo già letto; Bando e Davide mi incuriosiscono molto, domattina per prima cosa faccio un salto nel loro blog) si forma come per incanto un affresco di lambrusco sul muro. Deduco che è un lambrusco dalla potenza con cui è esploso sulla parete, creando un simpatico effetto "Jack lo squartatore" con quelle gocce rosse sull'intonaco bianco, e il rivolo che scende, e il cadavere che, scendendo con lo sguardo, ti aspetti di vedere sul pavimento (invece niente, per terra solo briciole della torta salata che mi era caduta). In realtà continua ancora perché la gente si diverte e non vuole andare a casa e nemmeno io me ne voglio separare. E si continua così. ). E, finalmene, gelato. Sì perché va detto che anche io la mia parte l'avevo fatta, portando del gelato che nessuno sembrava aver notato in prima battuta, ma che invece Anja (si scrive così? mah..) aveva notato eccome, e per il quale ora mi afferra un polso tirandomi verso il freezer. Si forma presto, in cucina, un piccolo gruppo di carbonari famelici; cucchianini o simili non ne troviamo, ed ognuno si inventa un modo per mangiare: personalmente, mi trovo benissimo con un cucchiaio di legno che conferisce al gelato un delizioso gusto di soffritto. Ma il premio fantasia va dato a quello con cui prima si parlava di diritto e di Erasmus, che mangia leccando il gelato da un frustino da cucina, con evoluzioni linguistiche decisamente esplicite. Anja intanto serve porzioni enormi a tutti, ride e mi spiega che le nocciole in Polonia non ci sono e che adora il gelato alla nocciola. A saperlo... Giuro che la prossima volta ne porto una vaschetta. La mia serata termina ad un livello di sobrietà assolutamente insufficiente, chiacchierando con uno che non saprei proprio dire come si chiama, né che faccia ha, ma che è simpatico: lui lava le insalatiere, io asciugo.  L’ultimo invitato che se ne va, alle due e mezza, è il Lupo Cattivo, che si propone, come ogni festa che si rispetti, di portarmi a dormire (dice lui) e io lo saluto affettuosamente, ridendo e scherzando, prospettando un futuro da anziani di facili costumi, dopo l’ennesimo tentativo all’ennesima festa. Gli do un bacio castissimo sulle labbra e lo abbraccio sorridendo. E così fa lui. Buona notte. La festa è finita. Be' Fiandri, alla fine ti sei perso le foto nelle camere da letto e non hai potuto parlare degli amici ciclisti, ma direi che non sia andata per niente male, ottima festa, Fatina deliziosa e gente simpatica.

 

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lunedì, maggio 09, 2005

Mentre metto in ordine la mia camera e riordino i cassetti rifletto su quanto la mia camera sia lo specchio della mia vita (e chi l'ha vista verrà forse colto da un misto tra meraviglia e orrore). E' tutto veramente pienissimo: dai cassetti, alla superficie calpestabile, ai muri. Soprattutto i cassetti danno un'idea di cosa potrebbe succedermi se solo mi distraessi un attimo: è tutto talmente pieno e sistemato fitto fitto che se non si sta più che attenti a riporre le cose in modo ordinato la situazione esplode e la camera viene risucchiata dal caos, senza che nessuno possa fare niente, fino al giorno in cui non ci saranno tre ore a disposizione per ricominciare tutto da capo. Riordino e parlo al telefono, e, mentre i vestiti entrano disciplinatamente nell'armadio e nei cassetti, mi sembra quasi che il mio piano di allenamento un po' accartocciato mi guardi dal tavolo, sembra che sia più di un semplice foglio con scritto quello che devo fare, sembra un monito fatto ad oggetto, l'avvertimento che per raggiungere determinati risultati bisogna avere una disciplina ferrea, che per arrivare in alto non bisogna lavorare in modo impulsivo, ma costante e disciplinato. Tutto questo mi sta rendendo forte e  contenta di me, ma un po' più sola. Spesso mi guardo attorno e vedo che c'è ancora qualcuno che mi aspetta, nonostante a causa degli allenamenti e degli impegni presi con i matti non abbia mai tempo libero e questo mi fa sentire fortunata e mi lusinga, mi fa pensare che, quando avevo tempo, ho creato delle relazioni forti e durature, un qualcosa che si avvicina all'autenticità che vado cercando nella vita. L'autenticità che io ricerco mi rende purtroppo troppo sensibile alla falsità, all' ipocrisia ed alla superficialità e mi rende impossibile il contatto anche istantaneo con persone che ne sono permeate. Purtroppo non so essere altro che incredibilmente selvaggia: riesco a fingere un atteggiamento neutro e pacato solo per qualche attimo e poi o mi avvicino alle persone fino a poterle metaforicamente annusare e toccare per vedere come sono fatte, o mi annoio e, stanca ed indispettita, me ne vado via. Mentre pedalo forte lungo la strada ghiaiata che mi porta verso casa si alzano in volo i fagiani. Sono inondata dal sole ed  il vento mi soffia in faccia, godo della piattezza del paesaggio verde e azzurro e sono felice. Non ho bisogno di niente altro.

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venerdì, maggio 06, 2005

Oggi è una giornata normale, anzi normalizzata. E'  tutto merito mio, questa volta, non di agenti esterni o fonti esterne di energia. Ho saputo tenere la lingua ben stretta fra i denti (cosa che mi ha insegnato Gulliver, ma che riesco a mettere in pratica ora con tutti tranne che con lui) e ho controllato il ditino che scrive gli sms con ben due persone che volevo scotennare e magari anche squartare a metà come si fa con le povere bestie da macello. Alla fine ho mantenuto la calma ed ho vinto. Nella mia nuova vita ci sarà posto anche per la ponderazione delle parole, per la calma e la temperanza. E magari riuscirò anche a vincere la mia avversione per il gioco degli scacchi.

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giovedì, maggio 05, 2005

L'umanità si divide in sole tre macrocategorie. Esistono persone a cui piacciono i gatti, persone a cui piacciono i cani e persone a cui non piacciono assolutamente gli animali o sono loro indifferenti. Non cercate di dirmi che quest'è vero perchè è per me una verità assoluta. Esistono delle lingue che non si possono parlare, esiste una codifica di comportamento che rende gli uomini simili e che li fa intendere con una serie di gesti codificati che sono impliciti ed ovvi per tutte le persone appartenenti ad una cerchia di persone simili. Cosa vuol dire essere simili? Vuol dire prima di tutto avere un linguaggio comune, perchè due persone possono anche piacersi alla follia, ma se non hanno un linguaggio con cui parlarsi sono fottute. Appunto. Dovete sapere che, nella mia smania di credere che tutto sia possibile sto cominciando ad escludere qualcosa. Per esempio cercare di capire e allungarmi fino a spezzarmi per cercare di coprire con la logica ciò che il linguaggio non mi può dire. Ci sono cose che io non posso fare, finalmente lo ammetto. Ci sono persone che semplicemente non fanno per me e la dovrei smettere di andare a curiosare nelle vite degli altri cercando di mettermi in contatto con un pianeta troppo lontano, dimenticando o mettendo da parte chi sono io. E' tutto semplicemente troppo difficile e pesante da sopportare e alla lunga ti opprime e ti stanca, mentre un rapporto umano dovrebbe farti stare bene e basta, al massimo darti qualche spunto di riflessione, senza farti però venire il mal di testa. La leggerezza è quello che mi manca e cercherò di trovarla nella mia vita futura, ma non so se sarà possibile allontanarmi dalla mia natura che invece cerca di porsi sempre traguardi impossibili.

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mercoledì, maggio 04, 2005

Die Blechtrommel.
The tin drum.
Le tambour de latte.
Il tamburo di latta.
Mi appassiona sempre di più questa lettura, sebbene il mio tedesco si fosse arrugginito. I primi giorni facevo molta fatica a costruire mentalmente il significato delle frasi e a comporre le parole, ma un giorno mi divenne tutto chiaro e riaffiorò tutto dalla memoria. Una sensazione bellissima: il tedesco era tornato a galla! Mi accompagnava lo stesso stupore di quando mi accorsi che riuscivo a capire quello che dicevano alla televisione e cominciai così a guardarmi a bocca aperta tutti i talk show del pomeriggio, meravigliandomi all'apparizione di ogni cicciona senza denti o sfigato con il codino e la camicia a fiori che apriva bocca!

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martedì, maggio 03, 2005

Vi faccio una rivelazione: Gulliver non è una persona.
Gulliver in realtà è un vestito. Una armatura che cerco di smerciare e mettere addosso a qualcuno, ma che nessuno finora mostra di riuscire a portare senza sentirvisi un po' scomodo dentro; vedendo le ovvie difficoltà del malcapitato che si trova a dovere portare su di se tutto quel peso rimango impassibile, lo guardo con i miei occhi di ghiaccio e vedo come se la cava. No, non sono cattiva, è che io ci spero sempre che qualcuno riesca a portare quel vestito e non faccia neanche una pieghina, lo riempia perfettamente e gli si chiudano tutti i bottoni alla perfezione. Non ci posso fare nulla, sono una perfezionista quando si parla di questo argomento. Quasi tutto il resto è lasciato al caso, tranne questo, che ha a che fare da vicino con la mia felicità. Solo sulla mia felicità sono pignola. Prima porto pazienza, poi aspetto un po', poi ancora aspetto, ma non mi sento bene perchè so che il tempo è prezioso e magari c'è qualcuno che è là al freddo e al gelo e aspetta proprio di indossare quella uniforme. Arriva un giorno - arriva sempre un giorno - in cui Gulliver cambia padrone e  qualcun altro cerca di essere Gulliver. Un giorno triste. Il giorno della delusione e del dubbio che Gulliver non esista.Poi magari ci riprovo e mi riaccorgo che non funziona. Non è lui. Nel frattempo si fanno avanti vari pretendenti, appena mi vedono a spasso da sola con un attaccapanni, ma non sanno che per riempirlo dovrebbero cercare di essere me stessa e tutti gli uomini della mia vita, compresi Pako, Cricio, Tamaris, Conan, Pestilenzio, Cagliostro, Michele e mio padre, tutti insieme. Non invidio per nulla l'abitante di Gulliver. Non invidio per nulla nessuna delle persone che ha a che fare con me da vicino perché mi conosco e conosco bene cosa vuol dire avere a che fare con i miei difetti, anche perchè mi sono stati puntigliosamente rinfacciati prima da mia sorella, l'accusatrice numero uno, poi da tutte le persone che mi hanno amato e poi hanno capito che non potevano essere lui.
Gulliver mi ha fatto capire che non so amare (e non me ne vanto per nulla). Ora me ne resto qui a spazzolare questo vestito, a provarmelo addosso facendo piroette davanti allo specchio, provandolo con le scarpe con il tacco. Così. Per vedere che effetto fa. Non mi sta affatto male.

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domenica, maggio 01, 2005

Se stanotte non dovessi dormire, penso che scriverei il libro della mia vita.
E' uno di quei fine settimana che mi danno la carica, che mi sembrano infinitamente belli in ogni loro dettaglio, che mi fanno venire voglia di vivere ancora e sempre così, di vivere giornate come queste, di vivere e basta, godendosi tutto.
Le mani nella terra.
I muscoli in tensione sulla bici.
Il vento in faccia.
Il sole che ti scalda mentre ti riposi.
Le telefonate sul balcone.
I germogli di bambu che erano appena spuntati nel giardino della mia casa e che ora sono stati teletrasportati a Bologna.
I matti che mi vogliono appendere all'antenna e sorridono e mi vogliono bene mentre mi dicono che mi vogliono stritolare.
Mia sorella, incredibilmente simile ma diversa, e mia mamma, sempre grandissima.
La mia bellissima casa, laggiù, in un paese dove purtroppo non mi piace vivere.
L'orrenda serata all'osteria dei Poeti (osteria con sottofondo musicale a tutto volume dal repertorio '82-88 cantato da uno sfigato), con nel cuore il ricordo rievocato dei piedi neri per l'asfalto e delle capriole, della pallavolo, dei campi di mais come nascondiglio, a ricordarmi perchè sono lì.
La mattina della domenica a sentire gli uccellini che si svegliano e urlano alle quattro mentre si parla di niente, e si ride con leggerezza.
Gulliver, sempre un porto sicuro dove attraccare.
La festa di venerdì con tutti quei noiosissimi uomini così attenti ai miei spostamenti.
Il mio caro Maurino, più che un fratello.
Lo sconosciuto che mi ha fatto le foto sulla bici e con cui ho passeggiato allegramente per la campagna.
La cucina della mamma.
Il Geco, sempre dolcemente amico.
Ania, sempre una grande.
La spossatezza del venerdì ed il sonno beato di chi va a letto perchè non ce la fa più.
Mia sorella che pedala, finalmente, e che è felice di vedere cose belle dalla bici.
Geppetto, sempre lì.
II giro in bici di questa estate che prende forma.
Il Folletto buono, legato a me a doppio filo.

L'ottimismo per il domani.

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