venerdì, settembre 30, 2005
Vedo il mondo dal mio divano rosso e lo affronto in camicia da notte, guardandolo dal quinto piano della mia splendida terrazza. E' questa la prospettiva di chi è costretto all'immobilità dal torcicollo, è questo il piacevole destino di chi è stato costretto dal proprio corpo a fermarsi, prima di arrivare all'autodistruzione. Quando sarò guarita tutto comincerà a funzionare di nuovo come un meccanismo ben oliato e la vita riprenderà il suo corso. Per ora mi godo questa infermità temporanea lavorando sul divano e piagnucolando un poco al telfono per fare tenerezza ai miei amici.
martedì, settembre 20, 2005
Eppure non mi dà riposo
sapere che in un o in due noi siamo una cosa sola.
E. Montale. Xenia I, 14
Mentre cammino verso casa penso che è vero che lo yoga sblocca i blocchi energetici, mi sembra di pensare con i piedi, di camminare con il pensiero, di essere in equilibrio con il mondo. Non è ancora perfetto, questo equilibrio, ma almeno ho trovato la medicina per ritornare normale, dopo tutto lo stress del ritorno alla realtà, da 1000 a 50 metri sul livello del mare, in città. C'è una specie di senso del dovere verso me stessa che mi spinge sempre a scegliere solo il meglio per la mia anima: le amicizie migliori, i passatempi più nobili, il cibo più sano, ecc., e che mi costringe ad eliminare la pigrizia e l'ignavia, oltre che ad essere sempre aperta e generosa. Così deve essere il mio mondo. Questo mi rende una persona speciale, ma anche una persona sempre troppo stressata. Sto curando questa mia malattia con una dose serale di "sex and the city" (la mia convivente ha la collezione in dvd!) e la terapia sembra dare buoni frutti. Il mio cervello, abituato a letture serali importanti, a meditazione, a pratiche sportive intense, mi sta ringraziando.
lunedì, settembre 19, 2005
E l'autunno arrivò. La Fatina si guardò in uno dei cinque specchi fatati della sua stanza e si accorse che era ora di riposarsi.
Vide che il suo corpo aveva mutato forma e che la sua anima era stanca.
Aveva percorso millecinquecento chilometri, corso per tanti chilometri quanti le proprie gambe non avevano mai pensato di poter correre, scritto chilometri di parole, lavorato tanto, passato notti e notti a pensare come superare i mille ostacoli che si era prefissa di superare e tutto questo non le aveva dato il tempo di fare riposare il proprio corpo. Fu così che, guardandosi allo specchio, si spogliò e si infilò sotto un piumone caldo e soffice come una nuvola e spense il proprio cervello lasciandosi andare sul suo letto fatato per il primo fine settimana dopo tanto tempo. Fuori pioveva a dirotto, accompagnando piacevolmente il suo riposo. Ogni tanto la mente andava agli Appennini, alle cime così belle ed ora così fredde e bagnate, mentre il letto era così piacevolmente caldo e asciutto. La fatica nelle gambe si sentiva anche da sdraiata, ma il sollievo che il riposo portava era qualcosa di meraviglioso.
mercoledì, settembre 14, 2005
Mi lasciavo andare e, accelerando, uscivo dalla città.I pensieri si allargavano, il corpo si rilassava, i capelli volavano scappando da sotto il casco, intrecciandosi con il vento. Dovevo continuamente pensare a qualcosa di brutto per riuscire a riportare l’attenzione alla guida. Cadere. Essere schiacciati da una macchina. Grattugiare tutta la pelle del corpo sull’asfalto. Morire. Per un attimo ritrovavo lucidità alla guida, ma poi i pensieri ricominciavano a vagare: forse una parte di me sapeva che ormai morire o vivere sarebbe stata la stessa cosa, ero così felice che avrei potuto smettere di vivere anche in quell’istante. Sarei stata così sempre lì, in estate, in motorino, con i pensieri che nuotavano nell’aria calda ed umida, che scivolavano sull’asfalto e poi facevano le capriole verso l’alto, saltellando sulle macchine ed arrotolandosi poi attorno al mio corpo, alla mia testa e poi su, fino a disperdersi in cielo, mentre il motorino andava sempre avanti e io nemmeno sapevo che strada stavo percorrendo.


