Ciò che è è, ciò che non è è possibile

lunedì, febbraio 27, 2006

Quando passa uno stormo puoi sentire il battito delle ali, se stai attento. Io e il mio cane matto pattiniamo per il mio paese domenica prima di pranzo, quando tutti stanno apparecchiando e noi non ancora. Ero arrivata a casa di notte. Quando ho visto la facciata così bella e vecchia della mia casa ed ho annusato l'aria pulita di fronte alla porta ho pensato e detto: "Come si sta bene qui". Mi è uscito dal cuore come in un soffio. I pattini mi portano anche a Bologna, di notte, in un giardino grande e deserto, paradiso dei pattinatori. Ma come è diverso quando a pattinare ci sono solo io: alle otto di sera da sola con uno zainetto colmo di leccornie da portare a domicilio. Il peso mi sbilancia. Mentre scendo per via Gandino mi accorgo che quei quattro chili in più mi danno la spinta, mi portano verso il basso ad una velocità che devo controllare. Quando scorgo una bionda che accolgo con un sorriso ebete pensando a mia sorella che vedo come per magia materializzata in quel posto lontano mi dimentico che sto andando troppo forte e ops! vengo riportata alla realtà.
E' meglio che stia attenta a dove vado invece di annusare l'aria che odora dei fiori dei giardini delle  ville e di pensare di stare volando da una specie di angelo custode. E'  puro lui. Amore puro. Fatto di carne morbida perché nutrita di birra e pensieri positivi. Rimbomba ancora nella mia testa il suono della parola "Per sempre", pronunciata da una vecchina che potrebbe essere la figlia di mia nonna, eppure è già nella gabbia dei nonni da cinque anni. Lei capisce. Mia nonna mi chiede quando è che si va a casa. Dove è che vado a dormire. La risposta è: qui. Per sempre. Galleggiando sulla birra, appoggiati al divano, la vita ci passa davanti, si fanno familiari le sensazioni che ci inondano. Siamo a casa. Noi due. Un giorno troveremo la nostra strada, dice. Appeso ad un aquilone vuole volare via. E io lo guarderò volare malinconicamente, dalla cima di una montagna, sapendo che nulla è più come prima, da quando ho conosciuto il vero Amore.


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domenica, febbraio 19, 2006

Come si chiama uno che scrive su un blog? Un blogi? Deliri pseudo-yogici di una bella bresciana ultracinquantenne che non è altro che la mia mamma. Ride piegando la testa da una parte, volgendo lo sguardo verso le nuvole che corrono via dal c .n .r. di domenica pomeriggio.Cosa faccio al cnr con mia madre di domenica pomeriggio? Semplice: sono sempre là. Venerdì notte all’una ci sono andata con LoScettico. Giorno e notte sono là, non continuativamente, per fortuna. Ci sono dati che devono essere elaborati e girano girano girano dei programmi su un computerone con tre dischi che insieme costituiscono gli appena 6 0 0 GB di memoria che mi servono per il mio s t u d i o d i v a l i d a z i o n e s u l l a p r e c i p i t a z i o n e d a   s a   t   e l l i t e. Questo è il luogo dove ormai passo ogni weekend che si rispetti da settembre a questa parte. Il 2005 è stato un anno duro e bellissimo, sempre in salita: prima la bici e poi il Dottorato. Altan in una vignetta in “Tre uomini in bicicletta” (viaggio in bici da Trieste ad Istanbul) fa dire a due ometti in bici: “La salita è bella perché poi c’è la discesa. Come la vita, che dopo c’è l’aldilà”.
Si sta per chiudere una fase della mia vita. Sto per abbandonare quel luogo triste e vuoto che è il C o n s i g l i o N a z i o n a l e  d e l l e  R i c e r c h e. Pieno di gente sì, ma solo dalle nove e mezza alle quattro e lontano dalle festività, che lì appena si può si collega un ponte ad una domenica ed è fatta.Negli altri orari non so chi ci sia oltre alla guardiona di turno: nel mio corridoio non c’è nessuno quando rimango fino alle otto o alle nove; quando arrivo di domenica o di sabato a controllare; quando alle nove di sera faccio capolino in pattini scivolando sul marmo dell’ingresso come in un sogno, per andare a controllare che tutto sia a posto e i programmi non si siano bloccati; quando, il venerdì alle ore 18:00 mi arriva l’email della newsletter del Corpo Forestale dello Stato, alla quale mi sono iscritta in un venerdì pomeriggio di noia dove tutti erano andati già a casa ed in cui pensavo a che lavoro potere fare una volta uscita di lì. Quel posto mi ha fatto capire chi sono per contrasto con le persone che lo popolano, mi ha ricordato perché ho scelto di studiare ingegneria e non fisica, mi ha fatto capire come gira il mondo osservando gli strani personaggi presenti in quel contenitore bianco e giallo fuori e grigio-bianco-beige dentro, con quei corridoi di vetro che d’estate si muore e d’inverno si congela.
Arrivando in treno a Milano giovedì mi dicevo che per me Bologna era come ora è Milano: quando mi stabilii da sola in quel bellissimo monolocale in Vicolo Stradellaccio dove entravo ogni notte spossata e a volte alticcia con la bici di ferro verde di mia nonna, non conoscevo quasi nessuno, forse non ancora nemmeno me stessa. Avevo appena cominciato a capire chi fossero i miei simili, non perché non sapessi chi ero, ma per la scarsa varietà incontrata in provincia: gli altri tutti uguali –tranne l’alternativo di turno a cui dà di volta il cervello per la disperazione-, io diversa, non alternativa.
Poi conobbi tutti coloro che ora vedo come “la mia gente”, gli esseri strani e belli che raduno appena posso alle mie feste, dove mi emoziono a saltellare qui e là da un ospite all’altro, navigando in fiumi di birra alla spina spillata direttamente sul terrazzo. Dovrò forse abbandonare quel terrazzo, la vista su San Luca, sui matti, su una città che mi ha dato tanto, ma che ora come non mai mi sembra piccola e provinciale. Ho costruito attorno a me un mondo che dovrò di nuovo lasciare per potermi evolvere. Non si può cambiare restando uguali.Vorrei parlare di questo a mia nonna mentre la guardo. Rovista nella borsetta per la quindicesima volta in 45 minuti per cercare il portafogli. Guardo i suoi capelli così buffi nel loro dipartirsi perpendicolarmente dalla testa come raggi impazziti: i capelli permanentati non vanno pettinati, ma evidentemente le infermiere non ci pensano e lei di certo non obietta perché ormai le interessano solo poche cose. La sua famiglia e il suo borsellino.Ci sono posti che fanno paura. Ci sono delle case dove vengono tenuti in cattività i nonni e di cui il bellissimo blog della zdaura non parla perché non c’è niente da ridere. Io non mi ci trovo male, a dire il vero. Andare là ogni domenica mi piace, mi dà forza perché capisco quanto siano futili i miei problemi, vedo mia nonna al sicuro: accudita e controllata per tutto il tempo. Nella sua vita ormai sono lontani i viaggi in carrozzina con la neve e la brina perché la polacca di turno doveva andare a giocare a carte o a bere un bicchierino con le amiche. I nonni che ho conosciuto sono belle persone. Brilla nei loro occhi la speranza di trovare là dentro qualche frammento sparso della vita che hanno costruito. In ogni apparizione di una persona vestita di bianco riconoscono la tenuta di coloro che li accudiscono amorevolmente in questa struttura piena di bellissime statue (presto le fotograferò!), portici, alberi, quiete e vi si attaccano come a figure di culto; non importa se i pantaloni bianchi sono quelli della tuta di una ragazza che ogni sabato e domenica lasciati liberi dal c.n.r. va a trovare la sua vecchia. La persona che le ha fatto capire quanto vale e quanto meriti il rispetto degli altri, che le ha insegnato l’ottimismo e la fiducia nel futuro, che le ha insegnato ad amare il lavoro e anche la fatica. Che ormai ha gli occhiali che sono più grandi della sua faccia ed i capelli a raggera e passa il suo tempo scandito da sonno, pasti e visite e che una volta era tutto dedicato alla campagna, alla famiglia, alla cucina rigorosamente emiliana, a rovistare nella sua borsetta per cercare il catuino.

postato da FatinaTedesca 17:54 | commenti (6)

mercoledì, febbraio 08, 2006



Esempio di traduzione di un testo della fatina tedesca:

leaf



Arriva per tutti un giorno in cui non ci sono più distrazioni a portarti via da te stesso e ti tocca fermarti. Scendere dalla bici, dal treno, dalla vita di tutti i giorni.

Non sapendo cosa fare ci si comincia a guardare attorno. Poi visto che stando fermi non succede niente ci si comincia a guardare dentro. Ci si scopre annoiati e forse stanchi, ma l'energia interna deve bastare, deve venire utilizzata in modo intelligente perché non ce ne saranno altre. Non si può sempre cercare altrove una fonte di nutrimento. Dovrai bastare a te stesso e alla pagina bianca che devi scrivere.

Tradotto:

forse ho un virus nel computer e mi tocca stare ad aspettare all'università che Mcafee finisca la scansione online del mio disco. Il riscaldamento è spento. Ho fame, ma non ho voglia di cibarmi di cioccolata calda come nei tempi più bui. Scrivo sul blog per passare il tempo.

postato da FatinaTedesca 20:11 | commenti (7)

lunedì, febbraio 06, 2006



dollhouse
La vita è una lotta. Ci si sveglia un giorno da un lungo sonno uterino e si comincia a soffrire ed a combattere, quando il freddo e la fame cominciano a scuotere il corpo; si continua per una vita intera, fino alla fine dei giorni, mentre lo sguardo perso si staglia nel vuoto di un ospizio o orizzontale si apre sul soffitto di una stanza che è sempre la stessa.

La vita è questa: è cruda e dolce come la nostra carne, folle e avida come il nostro cervello.

Mi dà una bella sensazione vederla e toccarla: dalla culla, alla pazzia, alla vecchiaia abbandonata, alla mia, nel pieno del suo svolgimento, forse al picco di energia e di speranza per il futuro, nel turbine dell’ingresso nel mondo dei grandi.

Lascia nel cuore una sensazione dolce e umida sentire la vita degli altri vicino, in autobus, in palestra, nel letto, nelle foto di dieci anni fa: sento il tempo che intacca piano piano l’unico corpo che ho e quello di coloro che amo, percepisco il carico di debolezza e calore che si porta appresso, vedo negli altri le stesse mie stesse mani, gli stessi miei piedi, il mio stesso cervello, con dentro lo stesso strenuo attaccamento alla vita. Mi sento più viva che mai.

postato da FatinaTedesca 09:37 | commenti (8)

giovedì, febbraio 02, 2006

my beloved ones
Ogni due mercoledì scendo le scale, attraverso la strada, faccio dieci passi sotto il portico e vado a mangiare la pizza dai miei amici matti.

Quando schiaccio il pulsante “Casa Santa Chiara” sorrido perché mi chiedo chi di loro sei verrà ad aprire. A volte si sente la voce di un operatore, a volte una delle loro voci che chiedono “chi è?” o semplicemente “èèèè!?”. Con tono squillante dico il mio nome, chiamo l’ascensore e salgo contenta, mentre piano dopo piano si fanno sentire sempre di più le loro voci. Quando arrivo alla porta ho di fronte un quadretto che sembra quello di una foto di gruppo: sono tutti lì ad aspettarmi, pronti ad abbracciarmi, contenti di vedermi, in fila di fronte alla porta. E io cerco di non deluderli. Li abbraccio, parliamo, ridiamo, scherziamo, mi dicono che sono matta, insomma le solite cose…
Si mangia, poi si sparecchia e si comincia a giocare.  Niente mi fa divertire in maniera paragonabile!  Giochiamo a memory di solito: qualcuno si ricorda  le carte che gira, qualcuno va aiutato considerevolmente,  qualcuno va frenato per non fargli girare tre carte tutte le volte,  ma  si crea un bel clima, si ride, si scherza, ci si aiuta, ci si prende in giro.
Ieri Fabrizio era  ammalato e non ha mangiato.  Appariva davvero debole e abbattuto e aveva le palpebre a mezz'asta: non ho visto i suoi occhi per tutta la sera. Quando gli ho proposto di giocare non  mi aspettavo di certo una risposta positiva, e invece  si è illuminato e gli si sono aperti gli occhi! Si è alzato finalmente dal  divano ed abbiamo cominciato a giocare. Si è messo a parlare per la prima volta in tutta la sera,  è riuscito a  stare in compagnia, insomma. Ad un certo punto però si è sentito malissimo, è diventato bianco in viso ed è stato accompagnato a letto. Abbiamo allora continuato in tre, sfottendoci vicendevolmente e ridendo come matti, mentre imbrogliavamo, ci suggerivamo, ci davamo le sberle sulle mani mentre giravamo le carte.
Esco sempre serena e divertita quando do loro la buona notte e riprendo l'ascensore. Sinceramente non so chi tra me e loro sia il volontario...


postato da FatinaTedesca 10:55 | commenti (3)