Ciò che è è, ciò che non è è possibile

martedì, ottobre 31, 2006

Esco dal lavoro e l’autobus si tinge di una luce verde.

La mattina è giallo ocra e la sera è verde.

La mattina è pieno di matti e di vecchine che vanno al cimitero e sorridono ai discorsi naif degli altri passeggeri. Ercole offre caramelle a tutti dalla sua sportina. Io le accetto tutti i giorni. Nessun altro lo fa. Un giorno andrò anche io in giro con la sportina, se vado avanti così. Anna, la ragazza con l’orecchino di perla, dice che d’inverno Ercole si mette gli stivali e li isola con lo scotch sul bordo, per poi coprire lo scotch con la stoffa. La vecchina, che una mattina mi ha detto di avere abitato a Varese per trent’anni, dice che in autobus c’è molta gente perché giovedì è la festa dei morti.

Si sente suonare il campanello. Ercole e gli altri matti scendono trotterellando verso il lavoro.

Suona il campanello. E scendono dall’autobus tutte le vecchine. Al cimitero.

Suona il campanello, e la ragazza dall’orecchino di perla va a fare le pulizie.

Suono il campanello e quando l’autobus volta mi appendo all’asta verticale, quasi volteggiando. Poi scendo anche io.

Di sera l’autobus è verde, ma non di quel verde dei semafori, di un verde da bagno di una discoteca.

I passeggeri non sono gli stessi della mattina: sono gli operai dell’Enichem, immagino. Li vedo sempre quando ho la pazienza di aspettare l’autobus delle 17:48 sulla statale Romea. C’è vento. Michele c’è anche lì il vento? O è il mare? No, non si sente qui l’odore il mare, c’è solo la statale. E il vento.

Salgo sull’autobus infreddolita, dopo aver parlato con un ragazzo sdentato che aveva appuntamento lì con sua moglie, chissà perché proprio là.

Timbro e mi immergo nella luce verdolina dell’autobus.

Riconosco i passeggeri. Li vedo sempre. Due sono neri con il cappello che fa ombra agli occhi, entrambi giovani, slanciati e belli, con uno sguardo triste e profondo. Un ragazzo mulatto guarda fuori dal finestrino, in alto, chissà cosa occupa la sua mente, sembra stanco e sereno.

Poi c’è un uomo, immagino sia russo, ha dei lineamenti appuntiti e guarda nel vuoto con uno sguardo penetrante.

Guardo me stessa in tenuta da lavoro nella vetrata, sembro una brava bimba con la coda, indosso la camicia ed un maglioncino così anonimo da essere perfetto. Così come lo vorrei.

Sorrido, come se mi dovessero scattare una foto tessera. Poi li osservo cercando di non essere colta nel tentativo di penetrare il loro sguardo. Mi attraggono, ma mi spaventano. Ho paura forse di vedere la sofferenza in quegli occhi, la vera sofferenza.

Non so se è la luce verde dell’autobus o se i loro sguardi sono davvero così come li vedo.

O forse da quando sono ritornata una pendolare leggo troppi libri. Tranne quando cado svenuta per tutto il viaggio da Bologna a Ravenna e mi metto la giacca in testa per non vedere la luce, svegliandomi con le righe dello zaino in faccia. Ho venti minuti di autobus per riprendermi ed arrivo serena e sorridente al lavoro.

La giornata finisce tardi oggi, mi trovo alle dieci di sera ancora per strada. A piedi. A Bologna, almeno. Cammino in via Zanardi a fianco di una donna marocchina con velo e gonnellona che porta una delle mie borse della spesa. Sorride e cammina. Immagino sua figlia mentre mi dice che le aveva detto di stare attenta, che è pericoloso camminare da sola. E lei rideva come ride adesso.

Aspettando l’autobus ha socializzato con una sventurata che aspettava il 18 e non arrivava. E quando ha visto che la sventurata aveva deciso di andare a casa a piedi lasciandola alla fermata lei ha deciso di seguirla, offrendosi di portare una busta. Camminare insieme non pesa come camminare da soli, dice. E ride. Parla dei suoi dieci figli – tre morti – e dei suoi dodici nipoti. E ride. Cammina e dice che le borse non sono pesanti. E ride.

Anche io rido. E mi sento inferiore e misera quando dico che ho trent’anni e neanche un figlio. Mi sento un po’ stupida con le mie idee di realizzazione e la mia cultura, anche se di solito mi bastano e mi soddisfano. E vado avanti ammirando la sua forza ed il suo sorriso smagliante, la guardo e sorrido contenta.

Arriviamo sotto casa e la saluto di cuore. Spero di incontrarla di nuovo, ma la città è così: entri in contatto con la città, con la gente, con una goccia in una nube, indistintamente. Ami la città e la sua gente e lei ti riama,. Non è facile ritrovare la stessa gocciolina. You’ve been given love, you’ve been taken care of, quando avevi bisogno, la città era lì, ad aiutarti, impersonata da una delle sue persone, you’ve been given love, you have to trust it, not from the sources, you have poured yours, not in the directions… Verso la città, verso la gente, indistintamente.

Se oggi, se ieri, se sempre avessi scelto di chiudermi nella mia auto avrei perso tante cose. Avrei perso una vita intera. E le mille vite che hanno cullato il mio viaggio a piedi, in bici e in autobus.

postato da FatinaTedesca 07:50 | commenti (3)

sabato, ottobre 28, 2006

Effettivamente era un po’ che non dormivo così come ieri notte, senza la preoccupazione di dovermi per forza svegliare per fare qualcosa, per difendermi da qualcuno, abbandonata con tutto il mio corpo e la mia mente su quel letto. Oggi mi sono svegliata stordita, mi sono trovata in una vita nuova, come se avessi preparato tutti questi cambiamenti nel sonno.

Mi sono svegliata alle sei meno dieci per prendere un treno per la Romagna, nel cuore un sentimento nuovo, al mondo un esserino in più da coccolare, 30 anni, festeggiati nel modo a me più consono: una cena con tantissime persone, una festa piena di amici e persone importanti, una notte assurda e intensa.

Affondato dentro come una lama nel  burro, ti rivedo, ti riscopro, sento di nuovo lo spessore del tuo metallo che mi trapassa le viscere. Ti guardo, mi guardo, ti risento, mi ricordo. E cosa posso fare, in mezzo alla folla, sotto al tuo sguardo che mi dice Torna, ti voglio, se non tornare? Scendere dal treno in corsa, lanciarmi, rotolare, farmi male e raggiungere i tuoi piedi ancora rotolante, contusa, ferita, ma viva. Cosa posso fare, io povero e misero pezzo di carne, essere umano debole e palpitante, se non credere alla umana natura del nostro terreno legame e lanciarmi dal treno? Dopo avere desiderato, giurato di voler fondere, legare, sciogliere ed infine disfare sotto terra queste mie terrene membra insieme alle tue ed avere poi nascosto tutto questo dentro di me quando non capivo, quando faceva troppo male, sotto quello sguardo non potevo fare altro se non ricordarmi di quell’antico patto, scoprire la ferita che nascondevo a tutti ed a me e lanciarmi giù da quel treno che andava nella direzione sbagliata. Il macchinista avrebbe capito.

E il treno che oggi ho preso è invece quello solito, delle sei e cinquanta, che mi porta a Ravenna, che per me è la città dei matti, oltre che della sede del mio primo vero lavoro. La prima persona che ho conosciuto in quella città per me nuova è Ercole: occhi azzurri, capelli bianchi, sorriso sincero e gentile, cappello con la visiera a 45°, pantaloni ben infilati nei calzini, in mano una sportina piena di caramelle da offrire a tutti nel tragitto casa-lavoro. Finché nella mia vita ci saranno i matti ci sarà vita; ma chi ha vissuto abbastanza sa che i matti non mancano mai quando non mancano le persone.

La mia vita è così. Quello che ho sempre descritto in queste pagine è il mio modo di vivere, di sentirmi viva. Ultimamente scrivo meno perché è come se avessi scoperto, anche grazie a queste pagine, che io sono così e non ci fosse nulla di nuovo, ora che ho messo per iscritto i paradigmi della mia esistenza. Nemmeno per chi legge. Come se chi mi leggesse sapesse tutto di me.

Cari miei, che mi leggete e non commentate, la mia vita sta andando avanti seguendo gli stessi argini di sempre, non c’è nulla di nuovo, in fondo: scorrendo non faccio che diventare sempre più me stessa, quella me stessa che uscì con violenza dalla terra spruzzando pezzetti di me ovunque nello stesso preciso istante in cui aprii queste pagine, da quel momento importante valvola di sfogo per un essere in divenire. La vita pulsa ancora nelle mie vene. Energia pura. Nei miei occhi ci sono sempre gli stessi colori, gli stessi sorrisi, c’è tutto ciò che di bello riesco e sono riuscita ad assorbire. E mentre nuoto sfinita nell’acqua della piscina Vandelli, luogo della mia catarsi, insieme all’Appenino ed a vari luoghi della Bolognina, il mio corpo non mi assiste, ma la mia mente è sempre quella. Deve solo riuscire ad allenare il corpo. Di nuovo. Di più. Per resistere.

Il lavoro mi fa faticare, mi impegna, mi fa conoscere realtà belle e meno belle, mi diverte: per una persona come me lavorare in una azienda di seimila dipendenti e su tre sedi diverse è come la liberazione per un animale che non ha mai conosciuto il suo ambiente naturale. La gente. L’azienda. Le carriere. Le vite. I soldi. I pazzi. 

Dentro di me, sotto la camicia stirata meglio possibile, ci sono il mio corpo ed il mio spirito, forgiati dalla bici, dal nuoto, dalla corsa, c’è uno spirito ribelle e lascivo, pazzo, incontenibile. E sempre sarà così. E’ solo il tempo che mi manca. E’ solo la macchina fotografica che mi manca. Mi ha fatto un brutto scherzo: si è rotta e così dovrò sostituirla al più presto per continuare ad esprimermi ed a emanare energia ad ogni scatto, ma con un po’ di tempo e pazienza ritornerà tutto a posto.

Il Bambino dice “quando ero alle medie ballavo la break dance” e gli brillano gli occhi quando vede dei ragazzini ballare, invasati, al ritmo di quella musica per me inascoltabile, ma dice che è una cosa appartenente al passato.

Io gli dico “una volta scrivevo più spesso sul blog”, “una volta nuotavo sempre in questa piscina”.

Non è la stessa cosa. Quell’acqua sono io. Questo blog sono io.

postato da FatinaTedesca 14:25 | commenti (1)