Ciò che è è, ciò che non è è possibile

sabato, febbraio 17, 2007

Sembra essere l’unico in stazione a non rendersi conto di come sono vestita: del resto quando ti dimettono dall’ospedale e torni a vivere in stazione, forse non sei troppo interessato alle apparenze.

Tutti gli altri mi guardano attoniti, voltandosi quando passiamo: forse si sono dimenticati che è carnevale, come la signora che, con i capelli spettinati ed un viso stanco, stava guardando la tv avvolta nella vestaglia rosa pallido nel corridoio del Padiglione Albertoni dell’Ospedale Malpighi. Nel suo sguardo c’era il terrore, come se la stessi per uccidere per poi succhiare il suo sangue. Le sorrido e le dico: “Signora, è carnevale!”. Sempre peggio, comincia quasi a tremare.

Ma in stazione di spostati se ne vedono tutti i giorni, quindi passo quasi per normale. Passo di fianco ad un gruppo di poliziotti spingendo la sua carrozzella ed il gruppo si volta: sento gli occhi addosso ed è per questo che ho abbassato sul viso quei buffi occhiali a specchio anni ottanta: a pensarci bene forse peggiorano la situazione, ma tant’è…

Eravamo arrivati alla sua cosiddetta casa in auto: Schumacher si è messo a sedere sul sedile, mentre caricavo a fatica il suo mezzo nel baule strettissimo della Lupo. Poi siamo partiti e lui continuava a dirmi di andare piano; forse voleva che questo viaggio durasse sempre, avrebbe potuto stare sempre lì, in automobile verso la stazione, pur di non arrivare. Mai un viaggio fu così lungo e denso. Due chilometri passati a ridere come non mai, lui che scacciava la tristezza e teneva il tempo sul cruscotto, mentre io alzavo il volume della radio. Cantavo a squarcia gola, liberavo la tensione che si era accumulata in me in tutta la settimana. Facendo ridere una persona che si diceva sull’orlo del suicidio, provavo una gioia triste che ha un qualcosa di perverso perché mescolata con l’indifferenza alla sofferenza, alla malattia, alla disperazione.

Vedo qualcuno stare male e dentro di me non succede niente, sento solo la sua energia umana e me ne cibo, non la sofferenza, non la solitudine e la disperazione: mi avvicino senza paura di nulla a malattia, vecchiaia, povertà, malattia mentale; sorrido, scherzo, parlo come se nulla fosse, anche più del solito. E di solito funziona. Funziona sugli altri e funziona su di me: dovreste vedere come funziona. La vita avrà vinto, finché funzionerà questo meccanismo, finché nulla genererà in me quell’angoscia e quella paura che di solito impedisce alle persone di avvicinarsi ai diversi.

La serata procede in una escalation di follia, da quando incontro Margherita e le sue amiche in poi. Divento mano a mano sempre più me stessa, mentre ballo, mentre porgo il mio viso ad uno sconosciuto che punta il suo dito sulla mia fronte e mi disegna una linea verde che divide a metà il mio viso, mentre corro fuori dal locale al freddo per andare a prendere un sacco di coriandoli e li spargo addosso a tutti. Quando torno saltellante nel locale e li lancio con grida festose si allarga il sorriso delle persone. Guardano verso l’alto come  bambini che guardano la neve.

E’ strano come anche dei pezzetti di carta possano fare felici gli esseri umani.

postato da FatinaTedesca 19:00 | commenti (1)

lunedì, febbraio 05, 2007

myself&I

L’autostrada è una di quelle cose che pensi non possa mai andare male, quando ti svegli prestissimo e ti metti in cammino proiettata verso la meta, ignara di qualsiasi cosa di negativo ti circondi, impermeabile al traffico e alla stanchezza.

Hai ancora in bocca quel sapore di caffè rubato ad un altro essere umano. E’ così tanto più buono degli altri. Con quel sapore di zucchero che tu non usi mai, ma che invece a lui piace così tanto. L’hai salutato sulla porta della cucina provando tenerezza nel vedergli addosso quella sciarpa che gli hai messo con amore attorno al collo dolorante dopo avergli fatto un massaggio alla canfora. Lo baci e ridi di cuore dicendogli che sembra un intellettuale, con gli occhiali e la sciarpina, già alle sette e mezza di mattina.

Undici minuti dopo, raccattate chiavi, borsa e cappotto, un’occhiata allo specchio cercando di apparire una brava ingegnerina, sei già sulla strada a cercare di non fare scivolare le scarpe con il tacco sui pedali, a cercare di fare notare gentilmente a quegli incivili che hanno parcheggiato sulla ciclabile, a sorridere ai vecchietti che si svegliano per portare il cane a fare la pipì.

E poi. Trentuno minuti dopo il tuo viaggio procede dritto come una freccia lanciata verso un traguardo, l’unico che il tuo corpo e la tua mente abbiano concepito dal risveglio in poi. Come una freccia vai sparata verso quel bersaglio, mentre la tua mente gira su sé stessa, arrotolandosi a ritmo di musica, cantando per  l’euforia di esserci. Di essere su quell’autostrada. Di avere un traguardo forse. Qualcuno che ti aspetta per una riunione.

La giornata si srotola rivelando tra le pieghe impegni di lavoro, montagne di cose da organizzare, contatti umani, sapore di cibi, e di nuovo quel tappeto liscio e veloce, in cui ti spari cantando ancor più forte, per riuscire a vincere la stanchezza, per convincerti a lavorare di nuovo quando sarai tornata a Bologna, da dove sei partita.

Viene sera, poi sempre più buio. Esci alle otto e mezza per stampare la presentazione del tuo capo per domani. Nessuno è in giro, incontri un collega che di solito lavora fino alle dieci, dice. Alle otto e mezza è stanco e sorride ancora, con quell’aria da bambino cicciotello, ora che lo vedi senza il completo d’ordinanza. Un’altra signora ha perso ER anche stasera, ci vorrà un’ora per tornare a casa e non riuscirà a vederlo.

La serata finisce mangiando finalmente un pasto piccantissimo di fronte alla televisione e ad un bicchiere di vino, in compagnia dello stesso intellettuale della mattina. Questa si chiama Casa.

Hai fatto tardi per cena, sono ormai le dieci, ma quando quel barbone austriaco seduto sotto il portico ha cominciato a stuzzicarti chiedendoti di cantare una canzone mentre lui suonava il pettine con la carta di sigaretta non hai resistito. Era troppo bello liberare la voce sotto il portico di via San Donato e ridere, scherzare, parlare, conoscersi.

Mentre pedalavi verso casa, quarantatre minuti dopo, ti erano venute in mente anche le parole di Lili Marlen, mentre, ancora cantando, disegnavi accuratamente la diagonale di via Santo Stefano con la bici.

 

postato da FatinaTedesca 23:18 | commenti (1)