Ciò che è è, ciò che non è è possibile

lunedì, settembre 17, 2007

 

La fila di camion in autostrada mi sembra triste, nella notte. La magia della lirica la trasforma in un'enorme biscia stellata, carica di tristi pachidermi in fila a testa bassa. Metto la freccia, esco all'uscita giusta, lanciando sguardi veloci a tutti gli specchietti contemporaneamente: mentre il mio spirito vola in alto, il mio corpo, stanco per una corsa di dieci chilometri in spiaggia, guida se stesso ed i suoi abitanti verso casa.
Il mare della riviera adriatica in una notte che si avvicina all'autunno, ha il fascino di un parco giochi abbandonato, o di una giovane prostituta in perizoma che intravedi passando sui viali di notte quando già fa freddo: il suo fascino è talmente potente che, anche se la vita e gli artifizi come stivaloni e trucco pesante cercano di abbruttirlo e soffocarlo, esso esce fuori con violenza. E ti ritrovi a guardare un'altra donna, addolcita ed attratta da un misto di fascino incatenato e soffocato. Così è il mare puntellato di ombrelloni chiusi piantati sulla sabbia  bagnata e scura. Riconosci la sua forza, mentre rischia di bagnarti i piedi, riconosci la sabbia della spiaggia, ma ti vergogni quasi ad esserne affascinata.
Mentre corro sono con me tutti e settanta i miei colleghi, poi, piano piano, li perdo per strada. Scendono dalle mie spalle e rotolano giù, venendo inghiottiti dalla sabbia e spazzati via dal mare. Urlano forte, poi piano, poi sempre più piano. Poi non li sento più, sento solo le onde e vedo solo i miei piedi. Mi ascolto, mentre sparo le mie migliori idiozie della sera chiacchierando con Davide. Il blu dei suoi occhi man mano si diffonde in me e, piano piano, ricomincio a vivere più nel nostro mondo al confine della realtà che nel mondo dei numeri. E corro. Corro.
La porta di casa si apre, entrano onde altissime nel salotto placido e calmo.
E con esse entra un essere esaltato e saltellante, che dice di avere visto
degli elefanti,
ed ascoltato musica celestiale,
e visto il mare così bello come non era mai stato
e le industrie che scintillavano nel mare
e le ciminiere che fumavano
e gli ombrelloni piantati sulla sabbia chiusi come gli stuzzicadenti dei cocktail
e insomma, non pensavamo di correre così tanto e le gambe sono dure, ma sto bene e sono felice.
Mi bacia la fronte e sorride benevolo.
Mi ama davvero.

 

postato da FatinaTedesca 22:20 | commenti (2)

domenica, settembre 02, 2007

Una città è come un grande tapis roulant dove scorrono sopra le vite delle persone: passano davanti ai palazzi milioni di vite, fino a cadere alla fine del nastro, tutte in un mucchietto.

Il mio tapis roulant è questa città, con i suoi riflessi rossi nella notte che non conosce mai buio.

Il jazz, leggero e frivolo, fa da sottofondo a questa città senza studenti, mentre racconto ad una delle persone a me più vicine cosa succedeva nella mia vita, mentre capivo chi ero.

Ma come? E mentre ti succedeva questo io c’ero?

Sì, che c’eri.

E tu non mi hai detto niente?

Non sono una di quelle persone a cui piace raccontare le cose tristi.

Tutto avviene su strati come in una cipolla, passando dallo strato esterno degli altri, fino allo stato interno più intimo: vivo, viviamo, in uno stato di coscienza intermedio, che ci consente di sapere quanto basta su di noi per consentirci di vedere chi siamo, ma anche di non ricordarlo abbastanza.

Nemmeno volendo, riusciremmo a confidare agli altri tutto su di noi, perché l’essenziale è nascosto anche a noi, la maggior parte del tempo. E confidare tutto sarebbe pericoloso: non farebbero che ricordarti chi sei veramente tutto il tempo, senza darti lo spazio per mentirti o per sognare.

La vera essenza è ciò che non è appeso a nulla di concreto, a nessuna delle cose che ci raccontiamo per sentirci sicuri e convincerci che la vita che abbiamo è la migliore possibile. A nessun nome di nessuna categoria cui apparteniamo.

Il vero io esce di notte, in un incubo rivelatore in cui tutti i personaggi più potenti della tua vita sono vestiti a puntino e hanno tutte le loro armi per squarciare uno strato e poi l’altro e poi via fino al cuore della cipolla e della mente.

Esce quando la mancanza di sonno rende le certezze vacillanti come un ubriaco, quando vedo il mondo come chi mi sta attorno e non ha la forza o il desiderio di vedere ciò che è, non come è, ma come potrebbe essere.

Esce quando il dolore si abbatte sul corpo e sulla mente con una scure così pesante da non poter fare finta di niente.

Viviamo tutti una corsa di zoppi; quando la scure trancia di netto una gamba o spacca il corpo e/o la mente di un concorrente a metà – che sia tu o un altro – non si riesce bene a fingere di poter correre appesi a chissà quale ragionevole certezza. E’ in quel momento che si è veramente se stessi, che si è veramente liberi, che si possiede il cuore della coscienza: ogni altro paravento sarebbe inutile e ridicolo.

Non è il tempo che manca, in questa corsa. Nella vita di tutti. E’ il coraggio della sosta. E’ l’onestà della contemplazione della realtà in modo lucido.

Chi corre e va lontano, in un campo qualsiasi, ergendosi sopra la folla di corridori, non ha una volontà di ferro, ma una forza di auto-convincimento mostruosa.

Vuole correre la corsa degli zoppi a tutti i costi ed arrivare lontano, dimenticando ciò che lo appesantisce e lo rende malfermo, ma anche ciò che lo rende umano e fragile, perché gode nell’eccitare la corteccia più superficiale del proprio essere, dimenticando ciò che è all’interno. Si sente un dio mentre costruisce castelli su castelli nella sua mente e si guarda dal di fuori mentre corre così leggiadro.

Il gioco è bello finché la cipolla è tua completamente, finché godi nel leccarne le parti più esterne o ingoiarne intero il nucleo senza sapere cosa c'è dentro, eccitandoti allo stesso modo.

Quando ti accorgi di essere imprigionato all’esterno e di avere perso da troppo tempo il controllo del nucleo forse è troppo tardi, ma è più facile ritrovare la propria profondità o inventarsi una leggerezza che da tempo non si conosce?

postato da FatinaTedesca 21:31 | commenti (3)